Enzo Iaia con Villa Agreste recupera due vitigni autoctoni pugliesi: Ottavianello e Impigno

Custode del tempo. Di una storia plurisecolare identitaria. Ostuni terra dei maestosi ulivi, ma anche di un’antica tradizione vitivinicola, oggi tornata nel suo massimo splendore grazie alla lungimiranza di Enzo Iaia. A Villa Agreste, nel cuore della Piana dei Millenari, l’imprenditore della Città Bianca ha voluto recuperare un patrimonio per anni dimenticato in questa particolare area della Puglia centrale. Iaia, nei suoi terreni a pochi chilometri dal mare, ha dato una nuova vita e luce a due vitigni autoctoni della provincia di Brindisi, ed in particolare del territorio di Ostuni: Impigno e Ottavianello. Ed il prossimo 13 gennaio ricorre il 50esimo anniversario del decreto del Presidente della Repubblica ( 13 Gennaio 1972) che ha istituito le due Doc, caratterizzate principalmente da questi due vitigni: “Bianco Ostuni Doc” (dove è previsto l’utilizzo dal 50 all’85 % di Impigno) e “Ottavianello Ostuni Doc” (minimo 85% Ottavianello).

Dottor Iaia Per la comunità ostunese, e comunque dell’Alto Salento, che valore storico hanno avuto nel tempo le produzioni di Impigno e Ottavianello?

Ottavianello e Impigno sono i capisaldi della viticoltura nell’areale ostunese e nella zona circostante ricompresa nell’ambito delle due DOC di Ostuni: sull’Impigno sappiamo veramente poco, probabilmente viene dalla limitrofa Valle d’Itria e dai primi del ‘900 è stato portato a Ostuni, dove si è ambientato alla grande e dal 1970 iscritto al Catalogo Nazionale Varietà di Vite. Qualcosa in più conosciamo invece dell’Ottavianello, portato a quanto pare dal Marchese di Bugnano a San Vito dei Normanni da Ottaviano in provincia di Napoli (dove il vitigno francese Cinsault viene ri-battezzato Ottavianello) sul finire dell’800 e da lì poi diffusosi su tutto il territorio circostante. In passato, e parliamo di un periodo che arriva fino a cinquant’anni fa circa, le nostre campagne erano praticamente ricoperte di vigneti e si trattava prevalentemente di questi due vitigni. Uno, l’Impigno, era alla base del bianco, un vino dal corpo medio, dagli aromi intensi e quasi pungenti, arricchito solitamente da sfumature fruttate provenienti dal vitigno minore che creava il perfetto blend, cioè il Francavidda, o dalla Verdeca. L’altro, l’Ottavianello, creava il rosso perfetto per accompagnare i piatti tipici della nostra tradizione (gastronomica) contadina: orecchiette col sugo di pomodoro e cacioricotta, involtini di carne al sugo, polpette di pane, etc… Spesso era vinificato insieme a Notardomenico, o Susumaniello o altri vitigni autoctoni in modeste quantità. Fu merito di un grande visionario quale Pietro De Laurentis, presidente dell’omonima cooperativa ancora oggi in attività, aver compreso l’importanza della produzione per l’area e chiedere l’istituzione nel 1972 delle due denominazioni: OTTAVIANELLO OSTUNI DOC e BIANCO OSTUNI DOC ponendo le basi per uno sviluppo che però si interruppe. Tale circostanza di rallentamento dell’economia di settore, non solo per il nostro territorio, ma per l’intera Puglia, impattò fortemente sul fenomeno della migrazione dei cd “diritti di reimpianto”, all’epoca possibili, dalla nostra regione verso altre regioni del nord Italia, facendola scalare al secondo posto fra i produttori nazionali.

Da dove nasce la volontà della sua azienda di recuperare questo patrimonio enologico, per anni non più prodotto nelle campagne della Città Bianca?

L’idea aziendale di produrre solo ed esclusivamente vitigni minori autoctoni deriva dalla rarefazione, per non dire quasi scomparsa, del vigneto nel territorio di Ostuni: infatti, a causa di politiche assolutamente non lungimiranti, proprio intorno agli anni ’70 fu favorita l’eradicazione delle vigne a favore degli ulivi, dando incentivi economici agli agricoltori. Questo portò allo “svuotamento” delle due DOC, che divennero praticamente una scatola vuota.

Quando abbiamo deciso di impiantare delle vigne qui in azienda, ci è parso quindi naturale riprendere il filo di un discorso interrotto da anni, puntando sui vitigni minori caratterizzanti l’area e fortemente identitari: come ho già detto, i vini che se ne ricavano sono i perfetti accompagnamenti delle nostre pietanze tipiche e rendono appieno l’idea di quello che è il nostro territorio. Sapidità data dalla vicinanza del mare e dal vento del mare, mineralità dallo strato argilloso sottostante lo strato superficiale pietroso e calcareo, speziatura intensa nel rosso: la nostra terra in un calice, praticamente. Facendo ospitalità da anni, ormai, sentiamo forte l’esigenza di comunicare appieno il nostro carattere identitario di un ecosistema particolareggiato, ristretto quasi alle singole e piccole particelle, non solo con la nostra accoglienza, tipicamente mediterranea, ma anche con la conoscenza dei prodotti della nostra terra. Il nostro vino, infatti, è il primo benvenuto che i nostri ospiti trovano in camera al loro arrivo».

Rispetto alle altre tipiche produzioni della zona, dal Negroamaro al Primitivo, in che cosa si differenziano l’Impigno e l’Ottavianello?

Il Negroamaro e il Primitivo sono due capisaldi dell’enologia pugliese, ovviamente: rappresentano due dei tre vitigni maggiori e sono fortemente ancorati all’area salentina il primo e tarantina/Gioia del Colle il secondo. Non a caso il mondo enoico conosce la Puglia per loro merito. Ma è tempo di esperienze di ed avventure nuove. Rispetto all’Ottavianello hanno sicuramente maggior tannino, in special modo il Primitivo, che ne è ricchissimo, e anche maggior concentrazione di zuccheri, il che li porta spesso ad avere degli alti titoli alcolometrici. L’Ottavianello è invece caratterizzato da un tannino più leggero, vellutato, da un tenore alcolico più basso (difficilmente supera di 12,5° al netto di annate particolari) e quindi presenta una maggiore versatilità di abbinamento in cucina, dando un vino non classificabile, come si usa dire in gergo, di muscolo, ma assolutamente dotato di interessanti sfumature che lo vocano alla “raffinatezza” ed alla “finezza”. L’Impigno differisce dagli altri vitigni a bacca bianca della regione per una struttura più “verticale”: la sua aromaticità rimane sempre più “austera” ed infatti ha bisogno di piccole percentuali di altri vitigni per potersi arricchire di note fruttate e floreali.

Ci sono altre produzioni storiche, che avete in mente con la vostra azienda, di recuperare?

Quello che amiamo fare è dare luce alla storia, alla tradizione, a tutto ciò che non è confrontabile con altre zone di produzione, brevemente è quella di produrre: “vini territorio”. Vini territorio fatti di terra, di paesaggio, di lavoro umano, fattori specifici e irripetibili per riempire bicchieri con espressioni non confondibili. Unici. Su questa scia, certo, siamo sempre alla ricerca di “ciò che è stato” di “ciò che è accaduto” con sguardo innovativo. Seguiamo molto attentamente i lavori del Centro di Ricerca Sperimentazione e Formazione in Agricoltura di Locorotondo, non solo nell’incessante voglia di recuperare una vite, magari una pre-fillossera, che vive “maritata” ad un muretto a secco o ad un trullo abbandonato che continua a fruttificare indisturbata all’insaputa “dell’alta velocità” dei milioni di bottiglie che la Puglia produce, ma anche l’interesse a sperimentare modelli agrari di precisione e sostenibili. Per scaramanzia non parlo, ma probabilmente, con un’espressione dialettale ostunese, “stè fascime l’amore”, a un altro vitigno a bacca bianca della Valle d’Itria, ricordando che il vasto agro di Ostuni giunge alle porte delle città di Ceglie Messapica, di Martina Franca e di Cisternino.

Possiamo definire Villa Agrese “Custode del tempo”?

La definizione ci piace molto, ed è quello che ci proponiamo di fare, non tralasciando però la possibilità di ammodernare e/o contaminare il passato con eventuali innovazioni che possano essere utili alla conoscenza del nostro territorio. Quando parlo di contaminazione mi riferisco anche ad altri ambiti che si andranno ad intrecciare con quello strettamente vinicolo: abbiamo già iniziato con la “Vendemmia POP” dell’Ottavianello lo scorso ottobre, dove abbiamo unito vino e arte, con una esposizione di luminarie artistiche, e abbiamo intenzione di continuare su questa strada.

 

 

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