Dario Stefàno, quindici anni di politica al servizio non solo della sua Puglia

Essere uomo, padre, politico, marito, produttore e imprenditore, ruoli e volti della stessa persona, Dario Stefàno, che da quindici anni affronta il mondo della politica, mantenendo uno sguardo sempre vigile sulla sua Puglia, nonostante gli incarichi importanti che ricopre a livello nazionale. In questa intervista abbiamo toccato le tematiche attuali del nostro Paese, le opportunità future per la Puglia, raccontando aspetti più privati della vita dell’onorevole Dario Stefàno.

La situazione nel nostro Paese genera un sentimento d’incertezza, i fondi del “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” potrebbero essere una soluzione a questo clima?

L’impegno a mettere a frutto i progetti propri al PNRR deve essere vissuto come un imperativo categorico da parte di tutta la classe politica e amministrativa del Paese. Abbiamo per le mani una proposta con cui ridisegnare l’impianto della nostra società, spingendo verso una maggiore inclusione territoriale, generazionale e di genere, per cui qualsiasi atteggiamento che prova a minarne la solidità è inopportuno e inaccettabile. Considerato, peraltro, che abbiamo chiesto veramente tanto alle future generazioni. Certo, è comprensibile il senso di scoramento che può affiorare di fronte a situazioni di difficoltà che la pandemia ha reso ancora più critiche, ma mai come ora, occorre una risposta corale, unitaria, per recuperare quanto il Covid è stato capace di azzerare.

Spesso, soprattutto al Sud, i fondi stanziati non vengono spesi correttamente questa volta cosa si può fare per non ricadere nel solito problema?

È il mio cruccio ma è anche un po’ il refrain di chi ci continua a descrivere con occhio interessato solo una parte di verità, quella più congeniale a dipingere un Sud piagnone, privo di classe dirigente responsabile e capace. Ed è stato il tarlo che ha accompagnato il lavoro che ci ha consegnato il PNRR per come lo conosciamo. Come presidente della Commissione Politiche dell’Unione europea a Palazzo Madama, sono stato responsabile e relatore, prima, al documento che ha tracciato le linee guida al PNRR e, successivamente, al testo del Piano proposto e redatto dal Governo. Sin dalla scelta dei principi che avrebbe ispirato il Piano, quindi, ho fatto presente questo complesso nodo gordiano da sciogliere.

I nostri territori hanno difficoltà ataviche, a partire da quello che è il motore di qualsiasi amministrazione, ossia le risorse umane. Pensiamo al personale a disposizione nei piccoli Comuni, schiacciati dalle città metropolitane e nel limbo di una periferia data dall’area interna, se con il PNRR non andiamo a recuperare da subito questo gap, possiamo dire di aver voluto il fallimento del Piano, o almeno di una parte di esso.

Un bando rivelatore di questa anomalia è stato quello per gli asili nidi dello scorso marzo, per il quale, in ragione di criteri non ben tarati, sono risultati vincitori comuni come Torino e Milano, a scapito di realtà lontanissime dalla media europea del 33 per cento.

Proprio per questo ho chiesto al governo di attivarsi subito, affinché il sistema che “territorializza” almeno il 40% di risorse al Mezzogiorno sia sempre rispettato. Lo abbiamo normato con un dispositivo di Legge.

Adesso, però, spetta a noi stare attenti affinché venga assolto quello che ritengo un dovere verso un territorio che non può più essere martoriato.

Però c’è un fatto nuovo che investe l’altra parte di questa sfida: la regia nazionale sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza riconsegna allo Stato la responsabilità di garantire i diritti universali in modo omogeneo, al Nord quanto al Sud del Paese, non potendo addebitare l’accessibilità a quei diritti agli amministratori locali pro tempore, che hanno invece la responsabilità di spendere bene le risorse per lo sviluppo locale.

Nella sua lunga carriera politica si è adoperato molto per quanto riguarda il settore agricolo, ambientale e turistico. La ripartenza passa anche dalla terra?

La ripartenza passa soprattutto dalla consapevolezza che la terra è centrale in quel complesso sistema che è la nostra società. Abbiamo visto il sistema economico bloccarsi per la pandemia, ma abbiamo nel contempo avuto la conferma di quanto il sistema agroalimentare sia anche pilastro per la tenuta sociale, rendendoci ancora più chiaro l’impegno a inquinare meno perché la Terra è una sola.

Concetti, questi, scontati per chi lavora con la terra e il mare e ha con essi un rapporto di rispetto. Quel rispetto che ho avuto l’opportunità di conoscere più da vicino ai tempi del mio assessorato all’agricoltura della Regione Puglia e che vedo trasposto, in modo assolutamente genuino, in quelle forme di turismo che accompagnano “la fatica” di chi lavora la vigna o pesca per mare.

Lei è l’autore della legge sull’enoturismo ed ha scritto un manuale, insieme alla produttrice Donatella Cinelli Colombini dal titolo: “Turismo del Vino. Storia, normativa e buone pratiche” Ad oggi servirebbero nuovi incentivi per far ripartire questo importante settore turistico dopo l’avanzata di Omicron? 

Senza ombra di dubbio servono dei ristori, perché con la recrudescenza della pandemia dovuta alla variante Omicron, stiamo registrando una battuta d’arresto in un settore che pensavamo invece si stesse riprendendo. L’enoturismo e il turismo enogastronomico in generale offrono in maniera diffusa soluzioni e servizi “Covid free” che, sono certo, saranno  sempre più richieste e apprezzate in tutto il Paese. Queste opzioni di offerta turistica autoctona e di qualità vanno certamente sostenute e facilitate anche attraverso un ammodernamento delle infrastrutture immateriali del Paese, e penso ad esempio al digitale che deve essere l’architrave di un nuovo modello di sviluppo anche nelle aree rurali. Nel PNRR ci abbiamo lavorato tanto nella definizione degli ingredienti necessari che ora vanno amalgamati bene.

Le chiedo di dare un consiglio a un giovane che vuole fare il suo ingresso nel mondo del lavoro, proprio in Puglia, su cosa lo indirizzerebbe? 

La Puglia è un laboratorio di occasioni straordinarie. Ci sono start up all’avanguardia e imprese che operano nel settore primario con tradizione e qualità che fanno invidia, ma anche società attive nelle diverse forme di turismo, da quello rurale a quello ultra-esclusivo e addirittura futuristico dei voli interorbitali. Credo che la scelta vada misurata sull’inclinazione e l’interesse personali, per coltivare l’ambizione di riuscire a coniugare il lavoro con la propria passione, provando a farlo con determinazione e coraggio. Ma anche di questo aspetto la classe dirigente dovrebbe avvertire la piena responsabilità.

Si è speso fortemente per la crescita e lo sviluppo della sua Puglia dal punto di vista territoriale e turistico, dall’inizio della sua discesa in campo quanto è cambiato nella sua terra d’origine?

I primi quindici anni di questo nuovo millennio sono stati per la Puglia il momento decisivo in cui si è saputo guardare al futuro recuperando tutto il suo splendido passato. Il turismo, che ha conosciuto una crescita per certi versi “preoccupante”, oggi non è più solo mare cristallino e spiaggia, ma anche spazio rurale nel quale scoprire le masserie e i trulli, le identità territoriali, le tradizioni antiche, la cultura contadina ed enogastronomica. Abbiamo però l’imperativo di tenere bene a mente che questo traguardo non è guadagnato per sempre, ma anzi va salvaguardato, irrorato di nuova energia e proposte nuove sapendo mantenere alta la proposta in termini di qualità e servizi.

Da appassionato di vino ci può raccontare quali sono le sue preferenze quando parliamo di vini pugliesi?

Tutti i vitigni autoctoni pugliesi sono straordinari e i produttori ci regalano etichette magnifiche, senza distinzione di territori. Amo, però, il vino e il mondo del vino perché per me è essenzialmente il ricordo della mia infanzia con il nonno materno, ma è anche la scoperta della generosità di una tradizione che si è saputa rinnovare. Da un paio di anni, poi, sono diventato anche un piccolo produttore, per passione e diletto, di un vino che a mio avviso è una delle espressioni pugliesi più tipiche e originali, il rosato.

Il mio vino è un rosato da Negroamaro in purezza, che veste un colore tenue e gentile ma sprigiona con schiettezza i profumi che attraversano le campagne del Salento: dalla macchia mediterranea, alla mandorla, allo iodio portato dal vento. Io ci trovo tutto questo nel mio “Tacco Rosa”, che considero un tributo verso un mondo che amo e chi mi ha dato tanto.

Per lavoro è spesso fuori dalla Puglia, di cosa percepisce maggiormente la mancanza?

In effetti trascorrendo quasi l’intera settimana a Roma, sento la nostalgia di alcuni momenti di condivisione fraterna con gli amici più vicini. Ma ciò che mi manca fortemente è vivere la quotidianità della famiglia: accompagnare i ragazzi a scuola, condividere con loro la dimensione domestica delle gioie o delle difficoltà del quotidiano, per esempio. Però ci siamo attrezzati: per fortuna le nuove tecnologie ci consentono di colmare le distanze ed essere comunque presenti gli uni nella vita degli altri. Ho però anche la gioia della mia dolce metà, mia moglie Paola, che rende tutto meno complicato riuscendo anche ad alleggerire i sensi di colpa.

 

 

 

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