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	<title>di Angela Rubino, Autore presso Pugliosità</title>
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	<title>di Angela Rubino, Autore presso Pugliosità</title>
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		<title>Fabio Milella, il cantautore barese che con la sua musica compie un viaggio emozionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[di Angela Rubino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2023 07:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'esperto]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Milella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esegesi emozionale: flusso di coscienza senza autocensure che porta ai confini dell’io per scioglierne nodi, dubbi, ambiguità. È qualcosa di più della semplice introspezione, è molto più simile ad una ipnosi regressiva che consente di recuperare anche frammenti di percezione del presente e del passato. Questo è il &#8220;lavoro&#8221; alla base dell’ultimo album del musicista...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Esegesi emozionale: flusso di coscienza senza autocensure che porta ai confini dell’io per scioglierne nodi, dubbi, ambiguità. È qualcosa di più della semplice introspezione, è molto più simile ad una ipnosi regressiva che consente di recuperare anche frammenti di percezione del presente e del passato. Questo è il &#8220;lavoro&#8221; alla base dell’ultimo album del musicista e cantautore barese <strong>Fabio Milella</strong>. <strong>“<em>In bilico sulle nostre emozioni”</em></strong><em>, </em>che già nel titolo fa riferimento al campo semantico d’elezione dei testi (quello dei sentimenti, <em>in primis</em> dell’amore), contiene tredici tracce ed esce nel 2019 con musiche e arrangiamenti di Tommaso De Vito Francesco (oltre che dello stesso Milella). Più recente (gennaio 2022) il singolo “<strong><em>Chiedimi se sono felice”</em></strong><em>. </em>Poi, nello scorso novembre, è la volta del video <strong>“<em>Ti ho mentito per anni”</em></strong>, ultimo estratto del suo terzo album: Milella ci mette la faccia per raccontare in prima persona la difficoltà di incontrare a distanza di tempo qualcuno che si è amato nella totale incapacità, però, di riuscire a capirsi. Rabbia e malinconia, insomma, in quattro minuti che riportano alla dimensione del sogno in uno sfogo ripulito da tutte le interferenze esterne. Sul volto del protagonista, infatti, luci ed ombre che sono quelle della sua anima. Fondamentale la presenza del violoncello di <strong>Paola Damiana De Candia</strong>, che inchioda alla riflessione.</p>
<p>In pochi, nel panorama musicale italiano, riescono in maniera così efficace ad aggirare le riserve razionali dell’ascoltatore e parlare alla parte più ancestrale, quella delle emozioni. Uno di questi è Vasco Rossi, tra i preferiti di Milella insieme a Ivano Fossati e Niccolò Fabi. &#8220;Dice due-tre cose sbattute in faccia e tanto basta per visualizzare una scena o situazione&#8221;, spiega a proposito del rocker di Zocca (Vasco ndr).  &#8220;La scrittura, però, non è mai una sola. &#8211; continua – Amo anche lo stile un po’ più criptico di Fabi e la raffinatezza di Fossati.&#8221;</p>
<p>Paragona la composizione al completamento di un puzzle, dove parola, metrica e musica hanno la stessa importanza. Un gioco di incastri in cui le note danno risalto alla parola in sé, creando la magia anche grazie alla ricerca della rima.  Non è un caso che Milella usi sistematicamente il dizionario dei sinonimi e dei contrari quando scrive canzoni e non è un caso che faccia anche un altro mestiere basato sull’importanza delle parole. &#8220;Essere giornalista mi porta ad essere più attento ai testi e ad essere un buon osservatore &#8211; dice &#8211; ma la condizione indispensabile per comporre canzoni è la sensibilità e la capacità di scavare dentro se stessi.&#8221;</p>
<p><strong><em>Ti ho mentito per anni</em></strong>, schema composto da tre strofe e due ritornelli in successione, utilizza un linguaggio semplice ma fa ampio ricorso alle figure retoriche: ossimoro, antitesi, metonimia. Queste ultime sono responsabili di un testo che si articola su due registri affatto incompatibili, quello alto del cantautorato di qualità e quello più popolare della ballata rock che piace al grande pubblico.</p>
<p>Del resto, il Milella di oggi non è certo quello di vent’anni fa. Non è il ragazzo di quindici anni che canta ad una serata tra amici di scuola con l’emozione in gola. &#8220;All’inizio scrivevo canzonette.&#8221;, ammette. Il primo album di inediti, <em>Chi fa da sé fa per tre, </em>anticipato dal singolo <em>Dispetto</em>, è del 2011. Nel 2012, con <em>ElettroOttanta</em>, esplora tutt’altro genere: i successi degli anni ’80 rivisitati in chiave elettronica.</p>
<p>Artista imprendibile, che decide di restare in silenzio quando la sua musica ha bisogno del tempo necessario per evolvere, ha studiato musica da bambino per poi sganciarsi dal pentagramma alla ricerca della sua forma di espressione: il canto.</p>
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		<title>“Orto dalla Luna”, la piccola rivoluzione dell’agricoltura poetica e sostenibile</title>
		<link>https://pugliosita.it/2022/11/29/orto-dalla-luna-la-piccola-rivoluzione-dellagricoltura-poetica-e-sostenibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[di Angela Rubino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Nov 2022 07:30:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[aziende]]></category>
		<category><![CDATA[Orto dalla Luna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È la poesia la vera, piccola rivoluzione di Orto dalla Luna, azienda pugliese che coltiva ortaggi e progetti con una filosofia ben precisa: diffondere la agri-cultura e far conoscere tutte le proprietà benefiche del vivere a contatto con la natura. &#8220;Il tuo canto, pastore, è più dolce di quel ruscello che scivola tra le rocce.&#8221;,...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>È la poesia la vera, piccola rivoluzione di <strong>Orto dalla Luna</strong>, azienda pugliese che coltiva ortaggi e progetti con una filosofia ben precisa: diffondere la agri-cultura e far conoscere tutte le proprietà benefiche del vivere a contatto con la natura.</p>
<p>&#8220;Il tuo canto, pastore, è più dolce di quel ruscello che scivola tra le rocce.&#8221;, dice il poeta greco Teocrito in uno dei suoi <em>Idilli </em>dedicati alla vita campestre. Sarà, poi, Virgilio nelle <em>Bucoliche</em> a creare il mito di un’Arcadia di poeti della natura, dove la natura stessa è contemplazione rasserenante oppure empatica compagna del sofferente.</p>
<p>La storia di Orto dalla Luna non è ambientata nella regione del Peloponneso ma nella sub-regione pugliese delle Murge. Inizia nella primavera del 2021, quando prende forma l’idea della <strong>cassetta poetica</strong>: un contenitore in legno con ortaggi di stagione, senza imballaggi di plastica, con un bouquet di erbe aromatiche e fiori di campo e corredata da un bigliettino con frasi di scrittori più o meno famosi. Gli accostamenti cromatici e la plasticità originale di alcune varietà rendono la cassetta una piccola opera d’arte.</p>
<p>Per realizzare questa idea, <strong>Giovanni Sisto</strong> (founder di Orto dalla Luna) lascia il lavoro come buyer di ortofrutta per la grande distribuzione e decide di reinventarsi contadino: sogna un orto naturale, lunare, un orto in delivery e a km 0, come quello di suo nonno, e vuole valorizzare le verdure campestri e le antiche coltivazioni in disuso della tradizione pugliese.</p>
<p>Alcune di queste piante sono talmente identificative del territorio e così antiche da non avere nemmeno un nome conosciuto in italiano.</p>
<p><strong><em>Colcidd’</em></strong> (ribattezzato &#8220;cavolo riccio&#8221;), per esempio, è una verdura che evoca il sapore di un cavolo ma si presenta come cime di rapa senza infiorescenza. Ha foglie su uno stelo sottile e tubolare, che le rende adatte ad essere arrotolate sulla forchetta insieme agli spaghetti nella classica ricetta con aglio e alici soffritti in olio evo. Poi ci sono i <strong><em>pomodori </em></strong><strong><em>&#8220;spaziali</em></strong><strong><em>&#8220;</em></strong>, una varietà che resiste naturalmente all’attacco di funghi e parassiti senza l’uso di pesticidi. Così dolci da poter essere consumati anche senza condimento, sono stati scelti come protagonisti di masterclass dedicate, in collaborazione con diversi chef. Pomodori e peperoni scuri sono stati selezionati per l’alto contenuto di <em>antocianine</em>, che sono potenti antiossidanti naturali. Tutto questo è possibile grazie ad un costante lavoro di ricerca.</p>
<p><strong>Sabino Radicci</strong>, giovane agronomo dell’azienda Grow Superfood, studia semi e poi cibi che per i loro specifici nutrienti sono ritenuti dei veri toccasana per la salute. I pomodori spaziali sono una sua creazione precedente al 2021. Inizialmente, Sabino aveva proposto a Giovanni di inserirli nell’offerta di Orto dalla Luna. Giovanni ha rilanciato chiedendogli, invece, di piantarli nella sua terra, a Borgo delle Tufare. Così la cassetta poetica, che era nel progetto originario, è diventata una mistery box con varietà assolutamente inedite. Chi la riceve (di solito i clienti sono abbonati residenti nelle zone limitrofe) non sa esattamente cosa conterrà ma sa che dovrà essere pronto ad una sfida ai fornelli tra innovazione e tradizione.</p>
<p>Orto dalla luna tutela la biodiversità anche attraverso la selezione delle nuove varietà di ortaggi con migliori caratteristiche nutrizionali, piante che siano perfettamente in armonia con l’ambiente pedoclimatico in cui vengono coltivate. Una forma mentis che, alla lunga, riduce l’impatto ambientale ed è lontanissima dal concetto di coltura intensiva.</p>
<p>L’azienda agricola è assoggettata al sistema di controllo produzione biologica e guarda, ora, ad un nuovo ambizioso obiettivo: l’<em>orto sociale</em>. Tra ulivi e cespugli di rosmarino, all’ombra di un’antica masseria fortificata, i clienti, in un giorno dedicato, possono accede direttamente all’orto, scegliendo personalmente cosa mettere nella loro cassetta della spesa. Qui, oltre ad entrare con piedi e mani nella terra, si può sperimentare una forma di socialità un po’ più diretta di quella a cui si è normalmente abituati. Senza disdegnare i social network, di cui Orto dalla Luna si serve in maniera eccellente per promuoversi, si può tornare a conoscersi guardandosi negli occhi e parlando del tempo e delle stagioni.</p>
<p>Nei prossimi mesi, grazie anche alla collaborazione con associazioni e Istituzioni, Giovanni concretizzerà ulteriori progetti che partono proprio dalle virtù terapeutiche dell’orto. È stato dimostrato, infatti, che le coltivazioni all’aria aperta aiutano ad eliminare lo stress e sono l’ideale per chi deve fare un esercizio fisico moderato. A livello più avanzato, e con la guida di educatori specializzati, possono aiutare i disabili e le persone con dipendenze patologiche, oltre a favorire l’invecchiamento attivo.</p>
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		<title>Pinacoteca Giaquinto: nel museo di fronte al mare la storia della pittura pugliese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[di Angela Rubino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Aug 2022 06:30:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Pinacoteca Bari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se si vuole intraprendere un viaggio nell’arte pugliese, ed in particolare nella pittura dell’Ottocento e primo Novecento, bisogna sicuramente partire dalla Pinacoteca Metropolitana di Bari Corrado Giaquinto. Il percorso espositivo, attraverso le ventidue sale poste all’ultimo piano del Palazzo della (ex) Provincia, fornisce un’affascinante e completa versione iconologica della storia della regione e della pinacoteca...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se si vuole intraprendere un viaggio nell’arte pugliese, ed in particolare nella pittura dell’Ottocento e primo Novecento, bisogna sicuramente partire dalla <strong><em>Pinacoteca Metropolitana di Bari Corrado Giaquinto</em></strong>. Il percorso espositivo, attraverso le ventidue sale poste all’ultimo piano del Palazzo della (ex) Provincia, fornisce un’affascinante e completa versione iconologica della storia della regione e della pinacoteca stessa (con le donazioni, i prestiti e gli acquisti che l’hanno via via arricchita).</p>
<p>Dopo la sezione medievale, che comprende sculture e icone datate a partire dall’XI secolo, la serie di dipinti veneti dei secoli XV e XVI, provenienti da chiese e conventi di Terra di Bari. Questi raccontano, per esempio, gli intensi rapporti commerciali che legarono Venezia alla Puglia sin dal Medioevo. Proprio in virtù di questi scambi arrivarono in Puglia numerosi dipinti che rappresentavano per i committenti lo status symbol della loro condizione sociale. <strong>I fratelli Antonio e Bartolomeo</strong> <strong>Vivarini</strong>, artisti che tennero bottega a Murano, inviarono via nave su questa porzione di costa adriatica diverse opere (tra cui alcuni polittici): ne troviamo a Polignano, Rutigliano, Lecce e, fino a qualche anno fa, Conversano (in questo caso il quadro ha fatto ritorno a Venezia).</p>
<p><strong>Giovanni </strong><strong>Bellini</strong> inviò una sola opera per la chiesa di San Domenico a Monopoli (ex Santa Maria la Nova): <em>San Pietro martire</em>, dove il santo appare dritto contro un parapetto in breccia di Verona (sua città natale), la testa trafitta da un falcastro e il petto da un pugnale, strumenti con i quali fu ucciso. Non è un caso la destinazione perché, tra il 1495 e il 1530, Monopoli fu amministrata direttamente dalla Repubblica di Venezia. L’imponente tempera su tavola (194&#215;84), che ora si trova nella sala III della pinacoteca, ripropone l’iconologia classica del padre predicatore e santo martire veronese: il volto barbuto (qui lievemente reclinato verso la nostra destra), la palma del martirio in una mano, un libro con copertina in cuoio (presumibilmente le Sacre Scritture) nell’altra, il manto nero sullo scapolare bianco dell’abito da domenicano. Come sfondo un cielo azzurro su cui transitano nuvole biancastre. Su tutto una luce meridiana calda e naturale che dà risalto alla resa delle ombre.</p>
<p>Quando le importazioni da Venezia si fecero più rare a causa del passaggio della Puglia al viceregno di Napoli e del conseguente spostamento del baricentro economico, anche l’invio delle opere pittoriche si fece più sporadico, fino a interrompersi del tutto alla fine del XVI secolo. Per questo la pinacoteca comprende quadri veneti solo di epoca antecedente, con alcune firme già all’epoca famose oltre confini della Repubblica di Venezia. È il caso di Paolo<strong> Veronese</strong>, Jacopo<strong> Tintoretto</strong> e, appunto, Bellini.</p>
<p>A questo punto si apre per la Puglia la grande stagione della pittura napoletana o di scuola napoletana dei secoli XVII-XVIII, ben rappresentata nelle sale dalle grandi tele di Paolo<strong> Finoglio</strong> (presente in molte chiese pugliesi, in particolare a Conversano) e dai lavori di <strong>De Mura</strong>, <strong>Fischetti</strong>, <strong>Mondo</strong>,<strong> De Caro</strong>, <strong>Giordano</strong>.</p>
<p>A seguire, troviamo i dipinti del molfettese Corrado <strong>Giaquinto</strong> (da cui la pinacoteca prende nome) e una raccolta di opere ottocentesche di grande valore artistico dell’impressionista barlettano <strong>De</strong> <strong>Nittis</strong> e dal ritrattista ferrarese <strong>Boldini</strong>. Giaquinto, formatosi alla scuola napoletana e poi diventato uno dei principali esponenti del Roccocò, lavorò nelle principali corti europee del Settecento. Gli altri due furono punto d’incontro tra l’arte italiana e la cultura parigina, inscrivendosi a pieno titolo, accanto ai più celebri Monet, Manet, Renoir, Degas, nel movimento che traghettò la pittura dal realismo figurativo all’impressione della luce e del colore.</p>
<p><em>Controluce</em>, olio su tela (72&#215;53) nella saletta Ottocento di fronte al conterraneo <strong>Netti</strong>, riproduce uno dei soggetti di ispirazione francese alla maniera impressionista. Si tratta di una figura di donna in abito sontuoso trasfigurato dalla luce in varie sfumature di grigio, come piaceva, in particolare, a Manet. Leontine De Nittis (lei, come sempre, la modella) posa di fronte al marito ed ha il volto in ombra perché, appunto, in controluce. Le copre le spalle un mantello nero con bordo in pelliccia.</p>
<p>Quest’opera, datata 1878 ca, proviene dalla <em>collezione Maselli</em>. Più corposo il contributo espositivo della <em>collezione Grieco</em>: cinquanta dipinti italiani tra secondo Ottocento e primo Novecento di <strong>Pellizza da Volpedo</strong>, <strong>Sironi</strong>, <strong>De Chirico</strong>, <strong>Carrà</strong>, <strong>Campigli</strong>, <strong>Morandi</strong>.</p>
<p>Solo in parte esposta (è, in parte, nei depositi) la collezione di arte contemporanea che annovera nomi come Pino<strong> Pascali</strong>, Emilio <strong>Isgrò</strong> e Giuseppe <strong>Fioroni</strong>.</p>
<p>Punto di forza della Pinacoteca Corrado Giaquinto, oltre all’evidente ricchezza e varietà delle opere esposte, un nutrito e curato catalogo online. Punto di debolezza, invece, l’orario delle visite domenicale, ridotto al solo mattino. Attualmente vi si accede dall’ingresso laterale di via Spalato, 19.</p>
<p>Un capitolo a parte (ed una visita guidata) meriterebbe il palazzo che ospita la raccolta. Sorto nel ventennio fascista su progetto dell’architetto Saverio Dioguardi e del tecnico della Provincia Luigi Baffa, è esempio del monumentalismo eclettico tipico degli edifici di Regime. Presenta, però, alcuni elementi architettonici che parlano un linguaggio diverso da quello littorio come le bugne, i mattoni rossi e le finestre a croce guelfa della facciata, che guarda il lungomare del capoluogo.</p>
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		<title>Da Federico II a Semen, l’evoluzione metafisica del pittore gioiese Gino Donvito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[di Angela Rubino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jun 2022 06:30:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Gino Donvito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ha raccontato e reso celebre la Puglia nel mondo attraverso l’immagine di Federico II di Svevia, l’imperatore del Sacro romano impero che nell’Italia meridionale creò una struttura politica moderna, testimoniata dalla sua rete di castelli. Ora, però, per il pittore Gino Donvito è arrivato, forte, l’impulso ad esplorare una dimensione più intima e metafisica: l’origine...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ha raccontato e reso celebre la Puglia nel mondo attraverso l’immagine di <strong>Federico II di Svevia</strong>, l’imperatore del Sacro romano impero che nell’Italia meridionale creò una struttura politica moderna, testimoniata dalla sua rete di castelli. Ora, però, per il pittore <strong>Gino Donvito</strong> è arrivato, forte, l’impulso ad esplorare una dimensione più intima e metafisica: l’origine della vita. Per questo la sua prossima mostra, in fase di ideazione, si chiamerà <strong><em>Semen</em></strong><em> (</em>seme). Superati i soggetti medievali, che a lungo lo hanno identificato anche agli occhi del pubblico, Donvito mantiene il suo legame con il gusto estetico di quel periodo, a torto definito “buio” da una parte della storiografia.</p>
<p>&#8220;Dipingo su legno perché era una tecnica medievale. – racconta – Il legno è già stato vita e ha visto molte lune passare. È importante avere un supporto amico quando lavoro.&#8221;</p>
<p>Incontro <strong>Gino Donvito</strong> in un caldissimo pomeriggio di primavera, nel suo studio/abitazione, nella Murgia vicino Gioia del Colle (suo paese d’origine). Il rumore della civiltà è sufficientemente lontano. La porta del suo studio è aperta sulla campagna. Vi entra il profumo del rosmarino e il canto delle cicale. La scelta dei materiali (pietra, legno e ferro battuto) incrocia l’architettura della masseria creando suggestioni che, ancora una volta, rimandano all’imprescindibile <em>Stupor mundi </em>(Federico II ndr). Lui parla piano, con gesti lenti e ampi del palmo della mano ad indicare le sue opere collocate alle pareti, sui cavalletti o sul soffitto ligneo a capriata.</p>
<p>&#8220;Quello è il pelo del seme di una pianta visto al microscopio e i puntini bianchi sono la polvere. – dice, riferendosi ad una delle tavole – Voglio andare a guardare dove l’uomo non può perché adesso ho più coraggio. I valori della mia creazione ora sono diversi e sono il punto di approdo di una evoluzione dell’arte iniziata quindici anni fa dopo aver affrontato seri problemi di salute e aver visto passare le guerre sul mondo, ultima quella in Ucraina.</p>
<p>Una volta mi sedevo davanti al cavalletto e aspettavo una sorta di ispirazione, pensando ai temi e soggetti che il pubblico avrebbe potuto gradire.<strong><em> Non ero in sintonia con chi ero, con chi voglio essere e con il modo in cui voglio vivere.” </em></strong></p>
<p>Come <strong>Donvito </strong>voglia vivere è, ora, piuttosto evidente, a partire dalla scelta della sua campagna pugliese, quel pezzo di terra del pianeta che ha desiderato di avere sin da quando, diciassettenne, a Parigi dipingeva ritratti a Montmartre per comprarsi da mangiare. È la storia di un uomo che ha scelto di vivere di arte e, pur di riuscirci, ha accettato, in passato, di riprodurre ciò che piaceva alla gente perché doveva vendere.</p>
<p>&#8220;Quando non avevo soldi, non uscivo di casa. – confessa con orgoglio – <strong><em>Ora dipingo per me, senza preoccuparmi di uscire dai bordi</em></strong>, dal contorno e senza paura di sporcarmi. Per la costruzione di un’opera ho bisogno di un mese e mezzo circa. Prima un mese di gestazione, in cui faccio altro e osservo. Pulendo il giardino, piantando fiori o facendo passeggiate cerco, per esempio, un colore o una luce che mi servirà per l’opera che dentro di me sta prendendo forma. Quando riesco a vederla nella mia mente, la realizzo in pochi giorni.&#8221;</p>
<p>Ora Donvito lavora con <strong>Natuzzi</strong>, l’imprenditore pugliese che dagli anni Cinquanta produce e vende divani in tutto il mondo e che, ultimamente, ha arricchito la sua offerta con i complementi d’arredo. In pratica, Natuzzi compra i diritti d’autore e fa litografie dalle opere del pittore, che possono essere acquistate nei suoi 400 negozi sparsi per i continenti.</p>
<p>L’artista gioiese è un autodidatta; secondo lui si possono insegnare le tecniche ma non si può insegnare l’arte. Predilige le personali alle mostre collettive e non ama intitolare e/o spiegare le opere. Ultimo omaggio al ritmo lento della congettura, lascia che sia il pubblico ad interpretare partendo da alcune linee guida. Non ha mai fatto disegni preparatori. Ama il bianco e nero sulla tavola e, quando dipinge, ha bisogno dei suoi modelli: Giotto, Leonardo, Caravaggio, Picasso.</p>
<p>Pablo Picasso, quel signore in canottiera e mutandoni bianchi, ritratto di spalle mentre disegna su un muro in uno dei primi <em>frame</em> televisivi in bianco e nero di cui <strong>Donvito </strong>ha memoria. All’epoca aveva sette anni, ma non lo dimenticò. Lo riconobbe quando, dieci anni dopo, vide una sua gigantografia nel bar degli artisti a Parigi. Era arrivato nella capitale francese dopo tre giorni di autostop e da quel momento non ebbe più dubbi: voleva diventare come il pittore spagnolo, uno dei più grandi artisti del mondo. Un obiettivo ambiziosissimo che ha portato Donvito a Firenze e, per cinque anni, a Miami, lavorando per essere quello che è oggi: un artista maturo e coraggioso che trae la sua ispirazione dalla natura, in una dimensione estetica ed estatica tutta pugliese.</p>
<p>La cifra distintiva dei suoi quadri è un ramoscello d’ulivo stilizzato, una firma che ambisce ad entrare nell’opera e costituirne parte integrante.</p>
<p><strong><em>&#8220;L’arte è un rifugio meraviglioso.</em></strong><strong><em>&#8220;</em></strong> Conclude con occhi ipnotici e sognanti, aggiungendo una postilla su un sogno semplice, non ancora realizzato: &#8220;Vorrei che Gioia (del Colle ndr) mi dedicasse un catalogo.&#8221;.</p>
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		<title>Torna a Taranto “Spring Edition” l’evento che trasforma i medici in chef per una cucina ristoceutica</title>
		<link>https://pugliosita.it/2022/05/19/torna-a-taranto-spring-edition-levento-che-trasforma-i-medici-in-chef-per-una-cucina-ristoceutica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[di Angela Rubino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 May 2022 16:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Al via venerdì 20 maggio la seconda edizione di &#8220;C’è un medico in cucina&#8221;, spring school sull’alimentazione salutare con i prodotti di Terra Jonica organizzata da Tipica Puglia in collaborazione con la facoltà di medicina dell’Università di Bari. Trentasette medici che gareggiano, ciascuno con la propria ricetta inedita ispirata ai principi della nutriceutica e della...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Al via venerdì 20 maggio la seconda edizione di &#8220;C’è un medico in cucina&#8221;, spring school sull’alimentazione salutare con i prodotti di Terra Jonica organizzata da Tipica Puglia in collaborazione con la facoltà di medicina dell’Università di Bari. Trentasette medici che gareggiano, ciascuno con la propria ricetta inedita ispirata ai principi della nutriceutica e della ristoceutica, rendendo protagoniste le materie prime della dieta mediterranea. In questa edizione, in particolare, la regina dei piatti sarà la cozza nera tarantina (presidio slow food).</p>
<p>La prima giornata, che si svolgerà a Taranto a partire dalle 12 presso la sala convegni della Banca dei Saperi Università degli Studi di Bari, Facoltà di Medicina, è dedicata agli interventi scientifici. Tra questi, centrale sarà il contributo della professoressa Filomena Corbo del centro interdipartimentale &#8220;Cibo in salute&#8221; di UniBa e del prof. Vincenzo Lionetti dell&#8217;Università Sant&#8217;Anna di Pisa. A rappresentare la Regione Puglia saranno l’assessore alla Salute Rocco Palese e l’assessore all’Agricoltura Donato Pentassuglia. Concluderanno la tavola rotonda i vincitori della prima edizione del concorso.</p>
<p>Sabato 21, invece, dopo un approfondimento scientifico rivolto agli studenti dell’Istituto alberghiero Mauro Perrone di Castellaneta, presso l’auditorium della scuola, si procederà all’elaborazione delle ricette sulla base delle indicazioni medico-scientifiche, entrando così nel vivo della gara.</p>
<p>&#8220;C’è un medico in cucina&#8221;, format collaudato a ottobre 2021 grazie ad un protocollo di Intesa tra Tipica Puglia, Cibo in Salute di Uniba, Comune di Acquaviva delle Fonti (Ba) e Comune di Casamassima, ha anche il patrocinio dei comuni di Taranto, Castellaneta, Casamassima, oltre che della Regione Puglia. Ad arricchire il parterre, già numeroso, dei partner istituzionali e del mondo dell’imprenditoria pugliese, entra Slow Food Puglia, avamposto dell’associazione internazionale no profit impegnata a ridare il giusto valore al cibo grazie ai saperi e alle tradizioni locali.</p>
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		<title>Viaggio nella Puglia &#8220;inedita&#8221; dell&#8217;arte con il critico Giuseppe Lopriore</title>
		<link>https://pugliosita.it/2022/04/26/viaggio-nella-puglia-inedita-dellarte-con-il-critico-giuseppe-lopriore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[di Angela Rubino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Apr 2022 06:30:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'esperto]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Lopriore critico d'arte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Critica e storia dell’arte assumono le opere a oggetto di scienza. Uffici pubblici assumono il compito della loro conservazione. Il commercio delle opere ne cura il mercato. “Ma in tutto questo indaffaramento incontriamo veramente l’opera d’arte?” È questa la domanda che si pose il filosofo tedesco Martin Heiddeger ne &#8220;L’origine dell’opera d’arte&#8220;, andando alla ricerca...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Critica e storia dell’arte assumono le opere a oggetto di scienza. Uffici pubblici assumono il compito della loro conservazione. Il commercio delle opere ne cura il mercato. “Ma in tutto questo indaffaramento incontriamo veramente l’opera d’arte?”</p>
<p>È questa la domanda che si pose il filosofo tedesco Martin Heiddeger ne &#8220;<em>L’origine dell’opera d’arte</em><em>&#8220;</em>, andando alla ricerca proprio dell’essenza dell’opera d’arte e della sua origine come oggetto con una sua ontologia.</p>
<p><strong>Giuseppe Lopriore</strong> fa proprio questo: farci incontrare l’opera d’arte in un contesto specifico, la Puglia. Giovane critico d’arte della scuola di Roberto Longhi, guida turistica e docente esperto in didattica museale, Lopriore ha fatto della divulgazione delle bellezze pugliesi il suo obiettivo. È originario di un luogo che, come dice lui stesso, di provinciale ha solo la collocazione geografica: Conversano (Ba), punto di approdo dei più grandi maestri della pittura napoletana e romana.</p>
<p>Mentre frequentava il liceo classico, l’insegnante di lettere organizzò una visita al ciclo pittorico della <em>Gerusalemme liberata </em>di Paolo Finoglio, ora custodito nella pancia del castello di Conversano. Toccò a lui recitare a memoria le ottave del poema del Tasso relative al <em>Battesimo di Clorinda. </em>È una delle scene più ricche di <em>pathos </em>della storia della presa del Santo Sepolcro ad opera dei cristiani. Qui Clorinda morente, dopo una battaglia durata tutta la notte, chiede al suo nemico Tancredi il battesimo, convertendosi al cristianesimo. Solo a questo punto Tancredi, togliendole l’elmo, si accorge che celava la donna da lui amata.</p>
<p>Di fronte a questo ciclo unico al mondo, composto da dieci grandi diapositive pittoriche, Lopriore comprende la dimensione del racconto dell’opera. La sua educazione sentimentale al bello è iniziata, però, molto prima, quando suo padre, titolare di un’impresa edile che si occupava di recupero di architettura sacra, lo porta sui cantieri, esortandolo a &#8220;vedere le cose belle&#8221;. Così, questo amore per l’arte. sbocciato nei sottotetti delle basiliche di Puglia, diventa un sentimento più maturo, attraverso studi specifici, fino a costituire un lavoro.</p>
<p><strong>Con tratti di grande suggestione fai incontrare l’arte pugliese ai turisti, agli studenti delle scuole, agli appassionati. Questo è l’aspetto più significativo del tuo lavoro come guida turistica. Puoi spiegarmi, invece, cosa fa il critico d’arte?</strong></p>
<p>Il critico d’arte è uno studioso che si occupa di attribuzione delle opere, approfondimento e ricostruzione di movimenti attraverso il recupero dei contatti tra i diversi artisti e l’analisi degli archivi. Si avvale di una serie di discipline complementari. Ha una grande responsabilità perché può fare la fortuna di un artista. Analizza e determina il valore delle opere d’arte, anche attraverso perizie. Il critico, inoltre, cura mostre, cataloghi ed altre pubblicazioni scientifiche all’interno del contesto estetico.</p>
<p><strong>Qual è la specificità della Puglia dal punto di vista artistico?</strong></p>
<p>È la porta d’Oriente, una regione le cui opere hanno una varietà di stili, anche sovrapposti, legati alle diverse dominazioni. Prendiamo come esempio la cattedrale di Otranto: è in stile latino ma la pavimentazione a mosaico la lega ad un’arte tipicamente orientale. A Bari, poi, per più di un quarto di secolo c’è stato un emirato arabo berbero-iracheno. Bari è stata sede del catapano bizantino e questo non poteva non lasciare segni sull’arte.</p>
<p><strong>Per ciascuna provincia della Puglia, vorrei che tu scegliessi per i nostri lettori un monumento, un’opera, un autore di rilievo, meno conosciuto/a dal grande pubblico.</strong></p>
<p>Sulla via micaelica (di San Michele Arcangelo ndr), a 10 chilometri da Manfredonia c’è <em>l’abbazia medievale di</em> <em>San Leonardo</em> di Siponto, fondata dai cavalieri teutonici. Qui possiamo ammirare una delle espressioni più riuscite di GNOMONICA, la scienza astronomico-architettonica legata alla proiezione della sfera celeste. Si tratta di un piccolo foro in direzione Sud del tetto, decorato con un rosone a undici petali, che alle 12 di ogni 21 giugno intercetta un raggio di sole e lo proietta in un punto del pavimento in cui compare una piccola croce. Un evento di grande impatto emozionale e simbolico.</p>
<p>Per la BAT citerei sicuramente la pinacoteca, allocata in <em>palazzo Marra</em> a Barletta, dove sono custodite le tele del pittore ottocentesco Giuseppe De Nittis, unico vero impressionista italiano, amico di Degas e Zola.</p>
<p>In provincia di Bari, merita sicuramente una visita la quasi sconosciuta <em>chiesa</em> di <em>San Cosma</em>, a Conversano, custodita dalle dodici suore dell’annesso convento. Il suo interno ad una navata, con la volta a stucchi dorati e gli altari laterali adorni delle tele del Finoglio, è la più sontuosa testimonianza del barocco napoletano in Puglia.</p>
<p>A Mottola, in provincia di Taranto, ci sono le <em>&#8220;Grotte di Dio</em><em>&#8220;</em>, chiese rupestri uniche per la qualità dell’architettura geometrica in negativo, cioè costruite per via di togliere pietra. In particolare, la <em>chiesa di San Nicola</em>, che si è salvata dal degrado grazie alla sua posizione nascosta in una lama, è ricca di affreschi e presenta un altro esempio di gnomonica.</p>
<p>Nel cuore del centro storico di Brindisi, il <em>tempio a ferro di cavallo di</em> <em>San Giovanni al Sepolcro</em>, fondato nell’ XI secolo e frequentato dai cavalieri crociati, che da lì partivano per la Terra Santa. Tra le particolarità di questa chiesa, un ciclo di affreschi collocati nella sezione superiore dei muri perché i crociati entravano a cavallo e li ammiravano, appunto, ad altezza di sella.</p>
<p>Per Lecce, notevole è il sito Fai (Fondo Ambiente Italiano) di <em>Santa Maria di Cerrate</em>: chiesa latina a tre navate, con affreschi bizantini e iscrizioni in arabo nei sottarchi che inneggiano ad Allah. Il sovrano normanno cattolico-cristiano che la fece costruire vi insediò dei monaci greco-ortodossi, compiendo un’operazione di tipo politico-religioso senza precedenti. La chiesa, infatti, successivamente ampliata ed incastonata in una masseria fortificata, divenne luogo di aggregazione delle tre principali religioni monoteiste del Mediterraneo. Nel 1531, quando passò sotto il controllo dell’Ospedale degli incurabili di Napoli, il complesso arrivò a comprendere anche stalle, alloggi per i contadini, un pozzo, un mulino, due frantoi ipogei. Il centro sarà poi depredato dai saraceni e abbandonato per due secoli, fino a quando la Provincia di Lecce l’ha recuperato e riaperto al culto.</p>
<p><strong>La fruizione dell’arte passa necessariamente anche attraverso l’emozione, i sentimenti. Questo spiega la centralità dell’arte nella nostra vita, se consideriamo (come sottolineano le neuroscienze) quanto contino le emozioni per la ragione. C’è un’espressione artistica in Puglia che ti emoziona particolarmente?</strong></p>
<p>È Alberobello, culla dell’<em>Umanesimo della pietra</em> ed emblema della forza di <em>resilienza</em> del popolo pugliese. Un luogo fiabesco, lillipuziano, con una parvenza di paese fatato che racconta, però, la storia di una grande civiltà. La civiltà contadina della puglia. Lì, come in tutta la Valle d’Itria, per secoli gli uomini hanno avuto la forza di spietrare le colline per costruire case. Era stato Giangirolamo II Acquaviva d’Aragona a introdurre coloni che dovevano costruire case solo a trullo perché egli avrebbe potuto in qualunque momento ordinarne la rimozione: sarebbe bastato, infatti, togliere il pinnacolo sulla sommità e la struttura sarebbe immediatamente implosa. Questo aveva l’unico obiettivo di evitargli di pagare le tasse altrimenti dovute al governo centrale di Napoli. Il risultato fu quello di creare una civiltà quasi clandestina, senza tempo, senza storia e, soprattutto, senza diritti civili, frutto del rapporto antichissimo tra l’uomo e la pietra.</p>
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		<title>Francesco Netti, un intellettuale del Sud</title>
		<link>https://pugliosita.it/2022/04/02/francesco-netti-un-intellettuale-del-sud/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[di Angela Rubino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Apr 2022 06:30:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Netti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Una luce di cose vere intenerita dal suo sentimento&#8221;: è proprio questa l’atmosfera che domina i dipinti di Francesco Netti (1832-1894), il pittore di Santeramo in Colle (Ba ndr) che contribuì in maniera significativa al rinnovamento della cosiddetta Scuola di Napoli. La scelta mai volgare, talvolta una drammaticità ed una forza, che la mite e...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Una luce di cose vere intenerita dal suo sentimento&#8221;: è proprio questa l’atmosfera che domina i dipinti di <strong>Francesco Netti</strong> (1832-1894), il pittore di Santeramo in Colle (Ba ndr) che contribuì in maniera significativa al rinnovamento della cosiddetta <strong>Scuola di Napoli</strong>.</p>
<p>La scelta mai volgare, talvolta una drammaticità ed una forza, che la mite e serena persona non avrebbe mai fatto sospettare; un ideale, infine, sempre alto delle cose comuni ed il gusto e la misura di un artista signorilmente educato. A ricostruirne la vita, i viaggi, i tormenti, l’evoluzione della tecnica è il suo principale biografo, <strong>Giuseppe Musci</strong>, santermano anche lui e coevo del pittore. Lo fa, in primo luogo, attraverso l’epistolario, in parte pubblicato nella seconda decade del Novecento sulla rivista mensile &#8220;Uomini e cose”.</p>
<p>Le lettere del pittore sono, nelle loro dichiarazioni più schiette e significative, un documento della difficile condizione di un uomo, discendente da una famiglia meridionale pugliese dell’alta borghesia fondiaria, che mostrava scarsa comprensione per il figlio artista. A quarant’anni Netti si trova nell’amara situazione di dover giustificare al padre la sua scelta di vita così poco lucrativa. La sua condizione artistica sembra essere, comunque, emblematica per tutta una generazione di pittori del periodo post-unitario nell’Italia meridionale che, passata l’euforia della prima ora e ridimensionati i piccoli rinnovamenti, si ritrovano di nuovo senza strutture pubbliche che li sostengano e senza un serio mercato dell’arte.</p>
<p><strong><em>Ragazza assopita </em></strong>(olio su tela, Polo Museale Castello Aragonese, Conversano, Bari) è uno dei dipinti a lungo e ingiustamente trascurati dalla critica. L’intensità della rappresentazione ne fa, in realtà, uno dei più bei quadri di Netti. Inusuale per lui la gamma dei colori, dominata dai toni del bianco e del blu. Il blu della tenda è ripreso nel nastro del lenzuolo smerlettato. Il mobilio, con la testata del letto in fibra naturale, ha un richiamo etnico. I capelli scompigliati dal sonno, la testa reclinata di lato con la bocca semiaperta e lo sfondo, schermato dalla tenda blu notte con ornamenti orientali, fanno collocare il quadro nell’ambito della genesi della <em>Siesta</em>. La grande somiglianza tra le due donne protagoniste della scena fa, inoltre, presupporre che si tratti della stessa modella.</p>
<p><strong><em>La siesta </em></strong>(1884, olio su tela, Pinacoteca Prov. Di Bari) è forse il quadro più famoso di Netti e sicuramente uno di quelli a cui teneva in maniera particolare, anche per il grande lavoro che gli costò la meticolosa esecuzione dei dettagli. <em>La siesta </em>non rappresenta tanto un ambiente esotico quanto un angolo dello studio del pittore, adibito, come voleva il gusto dell’epoca, a stanza orientale. Anche il rigoglioso motivo delle piante fa pensare all’atelier di Netti all’Arco Mirelli di Napoli. Sappiamo da cronache del tempo (&#8220;Cronaca Rosa&#8221; ndr) che il suo studio “era una specie di vasta serra guarnita di piante rampicanti, di muse e di edere”. Troviamo ancora la giovane donna con la testa reclinata di lato, le braccia questa volta abbandonate lungo il corpo vinto dal sonno, forse pomeridiano, e dal caldo. Appena il tempo di togliersi i sandali, la ragazza si è addormentata vestita con un abito leggero. Si intravede, nella pennellata, un cenno di impressionismo.</p>
<p>Nel luglio del 1884 Netti, con altri amici pittori, si era imbarcato a Bari sullo yacht &#8220;Rondine&#8221; del Principe di Sirignano per una crociera nell’Oriente mediterraneo che durò alcuni mesi. Il soggiorno in Turchia, in particolare, fu di grande importanza per la sua produzione artistica per il contatto diretto con quel mondo orientale che costituiva allora un punto fisso per la pittura e per l’arte in generale. Ne seguirono un nutrito gruppo di schizzi, acquerelli e oli. Riportò pure tappeti, stoffe, abiti, mobiletti, arnesi e vari oggetti orientali che costituirono per alcuni anni gli elementi principali delle sue composizioni.</p>
<p><strong><em>La Siesta</em></strong> è il punto di arrivo di un lungo viaggio umano e artistico che portò <strong>Francesco Netti</strong> dalla sua Puglia a Napoli, Torino, Milano, Firenze, Venezia, Roma e Parigi. La sua tecnica, maturando, virò dal realismo iniziale delle scene agresti della campagna santermana all’impressionismo di prima maniera di <em>In Corte d’Assise</em> (Olio su tela, Pinacoteca Prov. Di Bari). L’affinità di quest’ultima tela con alcune opere di <strong>Giuseppe De Nittis</strong>, il pugliese impressionista per eccellenza, si spiega con la comune attenzione rivolta dai due pittori alle conquiste della fotografia. Eseguita per l’Esposizione Nazionale di Roma del 1883, l’opera si ispira ad un fatto di cronaca: il processo Fadda (il capitano Fadda fu assassinato dalla moglie con la complicità dell’amante). Il taglio è decisamente fotografico, come la tecnica di definire le figure in primo piano e sfuocare quelle sullo sfondo. La novità tematica e compositiva di questa grande scena di vita contemporanea fu notata già dai critici dell’epoca.</p>
<p>Netti non fu solo maestro del colore ma un intellettuale del Sud a tuttotondo: critico d’arte squisitamente moderno, giornalista e animatore di artisti ed iniziative culturali nella capitale partenopea, in cui si era trasferito all’età di undici anni per completare i suoi studi. Il rapporto con il paese d’origine rimase complesso fino alla fine della sua vita: in molte lettere lamenta la lontananza da casa e dalla sua famiglia, ma in altre dice di essere &#8220;un forestiero nel paese dove sono nato&#8221;. Spesso parla di &#8220;una generale apatia degli abitanti&#8221;, che hanno un’unica e sola passione: &#8220;la smania di far quattrini&#8221;. È la storia, universale, dell’intellettuale costretto ad emigrare, al pari dei braccianti e dei contadini, per cercare lavoro, per sfuggire all’isolamento ed aprirsi spazi di confronto, scambio culturale e conoscenza.</p>
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		<title>Fabio Fischetti con la sua prima mostra: “Vite che sanno di Circo” riesce a fermare il tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[di Angela Rubino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Feb 2022 07:30:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Fischetti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non si può fermare il tempo, ma Fabio Fischetti nelle sue foto l’ha fatto. Attraverso l’uso leggermente deformante del grandangolo e con la stampa in quadricromia, il fotografo pugliese è riuscito a realizzare una cesura cronologica nella quale vanno ad incastonarsi le sue &#8220;Vite che sanno di Circo”. Si tratta di un progetto nato nel...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non si può fermare il tempo, ma <strong>Fabio Fischetti</strong> nelle sue foto l’ha fatto. Attraverso l’uso leggermente deformante del grandangolo e con la stampa in quadricromia, il fotografo pugliese è riuscito a realizzare una cesura cronologica nella quale vanno ad incastonarsi le sue <strong>&#8220;Vite che sanno di Circo”</strong>. Si tratta di un progetto nato nel 2015 e approdato in questi giorni alla sua prima personale, allestita nel foyer inferiore del <strong>Teatro Rossini di Gioia del Colle</strong>. La mostra, visitabile fino a maggio, è stata curata da <strong>Antonia Bellafronte</strong>.</p>
<p>I trenta scatti in formato 60&#215;40 raccontano di tre giorni vissuti dal fotografo a stretto contatto con i circensi: la parte più prosaica della vita quotidiana nella roulotte, l’espressione artistica dello spettacolo e dei suoi preparativi, la dimensione introspettiva di un volto che, con il trucco, diventa maschera. Poi c’è il silenzio, grande protagonista. Non si vede ma si percepisce, anche grazie all’assenza di colori. Questo senso quasi onirico di sospensione rende le scene assolute, destoricizzate, universalmente valide: questo non è &#8220;un&#8221; circo ma &#8220;il&#8221; circo.</p>
<p><strong>Fischetti</strong> nasce come ritrattista. &#8220;La cosa più affascinante del mio lavoro è fotografare le persone. &#8211; dice – Per esempio, le donne, che diventano sempre più belle ed espressive quando invecchiano. Amo le rughe, le imperfezioni, il chiroscuro. Mi rivedo nello stile del grande Peter Lindbergh, che ha fotografato le donne più belle del mondo ritraendole nella loro naturalezza e usando pochissimo photoshop. Con questa impostazione mi piacerebbe fotografare gli artisti del mio paese.”</p>
<p>Sono trascorsi sette anni dall’esecuzione degli scatti che sarebbero diventati <strong>&#8220;Vite che sanno di circo</strong><strong>&#8220;</strong>. Da allora gli studi e il percorso professionale del fotografo hanno impresso un deciso cambiamento alla sua cifra stilistica: dall’&#8221;effetto wow&#8221;, proprio del grandangolo spinto, <strong>Fischetti </strong>è approdato al realismo del più versatile 28mm.</p>
<p>&#8220;All’epoca puntai su un grandangolo un po’ più accentuato perché l’effetto finzione che realizza era coerente con la finzione dello spettacolo circense. –racconta – Era, a mio avviso, lo strumento giusto per raccontare quella realtà. Oggi i miei progetti hanno bisogno di altri mezzi espressivi. Per intenderci, il reportage di denuncia sulle polveri di Taranto ha richiesto una modalità stilistica molto diversa. &#8221;</p>
<p><strong>Fischetti</strong> non ha più bisogno di stupire. La maturità artistica, arrivata dopo molti anni di esperienza come fotografo di matrimoni, gli consente di aderire alla realtà in maniera quasi totale. &#8220;Vite che sanno di circo&#8221; rappresenta una pietra miliare sul suo cammino: il primo e riuscito tentativo di discostarsi dal cliché del matrimonio. La scelta del circo è stata una felice casualità. Un giorno, al semaforo, un ragazzo indiano gli lasciò delle riduzioni per i biglietti. &#8220;Ero in un periodo artistico di buio – confessa – e quel gesto mi diede l’ispirazione.&#8221;</p>
<p>Spesso le arti figurative hanno rappresentato il circo. <strong>Chagall</strong> ne ha tratto spunti per tutta la vita, sedendosi tra il pubblico e disegnando clown, acrobati e cavallerizze. Anche <strong>Picasso </strong>ebbe un legame molto forte con il mondo circense, testimoniato già nel 1905 nel dipinto di grandi dimensioni <em>La famille de saltimbanques </em>(National Gallery ndr). Negli ultimi anni, Picasso si fece anche fotografare in figura di clown, come si può vedere negli scatti dei suoi amici David Douglas Duncan, Andé Villers ed Edward Quin.</p>
<p>Anche quello di <strong>Fischetti </strong>è uno sguardo empatico e partecipante sulle figure del circo: le cattura da un punto di vista privilegiato, ma non ne altera l’espressività né se ne fa interprete. Lui, semplicemente, registra e racconta.</p>
<p>&#8220;L’intento – dice la <strong>Bellafronte</strong>, al suo esordio come curatrice &#8211; è quello di rivelare, con discrezione, emozioni nascoste, turbamenti intimi, ma anche, semplicemente, la grazia di un sorriso o la levità di una espressione gioiosa, di stupore, o la trepidazione della paura, consegnandoci un’immagine dello spettacolo, che siamo abituati a considerare a colori, ridefinito dall’uso del bianconero.”</p>
<p><strong>Informazioni: </strong></p>
<p><strong>La mostra, promossa dall’Assessorato alla cultura del Comune di Gioia del Colle, sarà visitabile fino al 22 maggio nei seguenti orari: lunedì, mercoledì e venerdì dalle 17.30 alle 19.30; martedì e giovedì dalle 10.30 alle 12.30; in occasione degli spettacoli teatrali proposti in stagione a partire dalle 18.30.</strong></p>
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		<item>
		<title>Morena Tamborrino, le sue illustrazioni un mix di geometrie che piacciono agli chef</title>
		<link>https://pugliosita.it/2022/02/05/morena-tamborrino-le-sue-illustrazioni-un-mix-di-geometrie-che-piacciono-agli-chef/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[di Angela Rubino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Feb 2022 07:30:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'esperto]]></category>
		<category><![CDATA[Illustrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Morena Tamborrino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una mostra nello store Hermés a Parigi, una cover di moda per il Sole 24Ore e tantissime collaborazioni nel mondo della gastronomia. Sono questi i fiori all’occhiello del portfolio professionale di Morena Tamborrino Illustrazioni, progetto artistico collettivo di due sorelle pugliesi, nato nel 2016. Negli anni precedenti Morena si occupa di teatro sperimentale collaborando, tra...</p>
<p>L'articolo <a href="https://pugliosita.it/2022/02/05/morena-tamborrino-le-sue-illustrazioni-un-mix-di-geometrie-che-piacciono-agli-chef/">Morena Tamborrino, le sue illustrazioni un mix di geometrie che piacciono agli chef</a> proviene da <a href="https://pugliosita.it">Pugliosità</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una mostra nello <em>store</em> Hermés a Parigi, una cover di moda per il Sole 24Ore e tantissime collaborazioni nel mondo della gastronomia. Sono questi i fiori all’occhiello del portfolio professionale di <strong>Morena Tamborrino Illustrazioni</strong>, progetto artistico collettivo di due sorelle pugliesi, nato nel 2016.</p>
<p>Negli anni precedenti <strong>Morena </strong>si occupa di teatro sperimentale collaborando, tra gli altri, con <strong>Cesare Ronconi, Mariangela Gualtieri e Giorgio Barberio Corsetti</strong>. Durante le tournée realizza schizzi di mondi immaginari in bianco e nero. Li colorerà più tardi al suo rientro in pianta stabile nella terra d’origine e da quelle bozze nascerà la decisione di trasformare in lavoro la passione per l’illustrazione. Intanto <strong>Sara</strong>, sua sorella, assume la direzione artistica del progetto curandone da Parigi la diffusione e la narrazione.</p>
<p>I disegni di Morena sono una narrazione sospesa tra la Puglia ed il resto del mondo. Un racconto talmente versatile da comprendere le suggestioni del mosaico e le geometrie anni Settanta. È la storia di una forma d’arte moderna, che lei stessa, insieme a Sara, ci racconta.</p>
<p><strong>Un famoso illustratore americano e autore di libri per bambini (Jerry Pinkney) ha detto: &#8220;Viviamo in un’epoca in cui c’è un’abbondanza di modi in cui possiamo esprimere noi stessi”. Come mai Morena ha scelto di esprimersi attraverso l’illustrazione?</strong></p>
<p>Nella prima parte della mia vita il mio mezzo di espressione è stato senza dubbio il teatro, quindi il corpo e la voce difronte ad un pubblico in platea. Oggi avverto l’esigenza di dedicarmi al processo creativo in solitudine. I protagonisti diventano i disegni. Sono loro a calcare il palco. È un capovolgimento interessante di prospettive.</p>
<p><strong>La comunicazione visiva è (quasi) tutto nell’era dei social media. Il processo creativo è in qualche modo condizionato dal fatto che le opere saranno date in pasto il web?</strong></p>
<p>Il processo creativo non ne è influenzato, ma certamente le scelte redazionali relative ai contenuti da diffondere sì. Viviamo internet come fosse una galleria che ci consente un contatto diretto con il pubblico. Siamo sempre molto curiose delle reazioni che le immagini suscitano e grate per l’affetto che raccogliamo.</p>
<p><strong>Dai libri illustrati all’arte digitale e al design grafico, gli illustratori sono sempre più richiesti anche per l’enorme diffusione che Internet dà all’immagine. I marchi investono nell’illustrazione per raccontare le loro storie in maniera coinvolgente. Come funziona questo lavoro?</strong></p>
<p>In un primo momento i committenti ci raccontano i loro obiettivi e le loro esigenze. Da parte nostra cerchiamo di capire l’essenza e i valori che la marca incarna attraverso le storie che ascoltiamo. Consideriamo importante conoscere personalmente i clienti: è l’unico modo per cogliere a fondo l’unicità del loro progetto. La nostra missione finale consiste nel trasformare il tutto in immagini che non raccontino al primo grado il progetto, ma che lo suggeriscano, lo evochino attraverso i motivi o disegni capaci di veicolare emozioni e atmosfere. In altre parole prediligiamo il linguaggio poetico.</p>
<p><strong>C’è un tema ricorrente e una palette di colori che li caratterizzano? Da cosa (o chi) trae ispirazione? Quali temi esplora?</strong></p>
<p>Inizialmente ho tratto ispirazione dal mio territorio, la Terra delle Gravine, dagli animali che lo popolano e dai centri urbani che sorgono sui cigli di questi dirupi. Ho voluto che il mio lavoro fosse l’espressione del luogo che tornavo ad abitare anche per i mezzi utilizzati. È per questo che mi sono avvalsa del solo materiale utile disponibile nella cartolibreria del paese: sette pennarelli indelebili. Ogni gesto doveva risultare irreversibile e non contemplare l’errore. Ogni sbavatura diventava il pretesto per inedite geometrie. La palette limitata insieme alla scelta di procedere per riempimenti geometrici è diventata presto una cifra stilistica. Dopo aver lavorato in questo modo per diversi anni, ho dato nuovo slancio alla ricerca integrando altri colori e indagando nuovi temi come la fauna della savana e paesaggi non unicamente pugliesi.</p>
<p><strong>Molti vostri progetti sono legati al mondo del cibo: la realizzazione del menù collezione del ristorante Pashà a Conversano, la lunch box per lo chef Surico di Gioia, la pubblicazione sul pane di Laterza…..Come nasce questa connessione?</strong></p>
<p>La gastronomia pugliese è in piena evoluzione e ci piace molto far parte di questo fermento, contribuendo alla comunicazione di alcune delle realtà più virtuose. Una delle esperienze più belle è stata senza dubbio quella con il ristorante <strong>Pashà</strong> di Conversano. Su impulso del patron Antonello Magistà abbiamo realizzato dei menù collezione. Siamo state molto ispirate dall’incontro con lo chef Antonio Zaccardi e la Pastry Chef Angelica Giannuzzi, due professionisti preziosi, due menti brillanti e affascinanti il cui talento dà grande lustro alla nostra regione.</p>
<p>Bellissima è stata anche l’avventura condivisa con l’<strong>Osteria del Borgo Antico</strong> di Ottavio Surico per il quale abbiamo disegnato una scatola nella quale sono contenute le sue creazioni. È stato un percorso di grande interesse nel quale ci siamo date l’obiettivo di omaggiare le radici bizantine della città di Gioia del Colle e rievocare le luminarie e i rosoni romanici simbolo della Puglia attraverso un motivo e pochissimi colori. Il risultato è rustico, ma elegante allo stesso tempo, proprio come la visione della cucina dello chef Surico.</p>
<p>Il libro sul Pane di Laterza: più che un lavoro, è stato un vero viaggio di riappropriazione della nostra personale narrazione e delle nostre radici, essendo noi originarie proprio di questo luogo. A questo tipo di pane, così noto e apprezzato a livello nazionale, si lega l’epopea dei popoli della Murgia. Un vero privilegio e una bellissima opportunità poter raccontare e riscoprire questa storia.</p>
<p><strong>Gli illustratori, come tutti gli artisti, hanno un’importante responsabilità nel rappresentare la cultura. Lei Come vivete questa responsabilità?</strong></p>
<p>La nostra responsabilità l’avvertiamo nell’obiettivo che ci diamo di creare qualcosa di unico e che reputiamo possa suscitare emozioni. È un percorso che oscilla tra intuizione e lavoro di ricerca. A volte l’ispirazione è immediata, altre volte è necessario insistere su dettagli piccolissimi che fanno però la differenza nell’equilibro generale dell’opera. È un’avvincente sfida quotidiana, un viaggio nel quale si cresce con l’applicazione costante.</p>
<p><strong>Se non fosse un’illustratrice, cosa vorrebbe essere?</strong></p>
<p>Adoro la matematica. Mi sarebbe piaciuto insegnarla. A pensarci, lo stile geometrico che emerge nel mio lavoro è forse un modo altro per veicolare questa mia passione e continuare a frequentarla in chiave artistica.</p>
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		<title>Renzo Buttazzo: lo scultore del minimalismo che supera il barocco leccese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[di Angela Rubino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Jan 2022 08:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Lecce]]></category>
		<category><![CDATA[Renzo Buttazzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si chiama &#8220;Eva Antropocene&#8221; la scultura forse più rappresentativa della poetica di Renzo Buttazzo. Alta due metri, la testa stilizzata di un serpente, il corpo di una donna, sinuoso e dalla texture plissettata ottenuta per sovrapposizione di falde orizzontali. La figura antropomorfa, legata al mito e alle Antiche Scritture, che raccontano di Eva sedotta da...</p>
<p>L'articolo <a href="https://pugliosita.it/2022/01/17/renzo-buttazzo-lo-scultore-del-minimalismo-che-supera-il-barocco-leccese/">Renzo Buttazzo: lo scultore del minimalismo che supera il barocco leccese</a> proviene da <a href="https://pugliosita.it">Pugliosità</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Si chiama <strong>&#8220;Eva Antropocene</strong><strong>&#8221; </strong>la scultura forse più rappresentativa della poetica di <strong>Renzo Buttazzo</strong>. Alta due metri, la testa stilizzata di un serpente, il corpo di una donna, sinuoso e dalla texture plissettata ottenuta per sovrapposizione di falde orizzontali. La figura antropomorfa, legata al mito e alle Antiche Scritture, che raccontano di Eva sedotta da un rettile e di entrambi i nostri progenitori indotti al peccato originale da un serpente, sintetizza alla perfezione le linee guida dello scultore salentino: pulizia delle forme e studio del corpo umano e della natura.</p>
<p>Nel 1986 <strong>Buttazzo</strong> apre nella capitale del barocco leccese il primo laboratorio sperimentale per la lavorazione della pietra locale, che all’epoca veniva utilizzata per realizzare le cosiddette <em>&#8220;</em>chianche&#8221; dei marciapiedi (basole ndr). Come lui stesso racconta, in quegli anni a Lecce si faceva <em>merchandising</em> museale: si spingevano, anche a livello commerciale, le riproduzioni degli elementi decorativi tipici del barocco (putti, figure mitologiche, motivi floreali). Anche <strong>Buttazzo </strong>parte dalla pietra leccese perché è un materiale povero e facilmente reperibile. Ne ha scoperto la duttilità un giorno in cui &#8220;toccandola&#8221; con un banale cacciavite è riuscito ad estrarne un fiore. Da quel momento, sovvertendo completamente i canoni del barocco, inizia a lavorare a modo suo la <em>petra</em>, orientandosi verso un minimalismo fortemente ispirato alle forme naturali. <strong>&#8220;Petra</strong><strong>&#8220;</strong> sarà anche il nome del suo marchio che, a fine anni novanta del secolo scorso, si colloca già tra le eccellenze dell’artigianato, pronto a diventare un<em> brand </em>mondiale presente nelle gallerie d’arte di Milano, Parigi e Francoforte. Con la lampada &#8220;<strong>Scirocco</strong><strong>&#8220;</strong>, 980 buchi nella pietra dai quali fuoriesce la luce, presentata <strong>nel ’96 alla Fiera di Todi, vince il premio per la miglior lavorazione del materiale lapideo del contemporaneo</strong>. Non solo oggetti d’arte ma pezzi di design con una funzione estetica e pratica precisa. <strong>“L’oggetto d’arte deve nutrire – dice Buttazzo – Tutti dovrebbero averne uno in casa. Per questo nelle mie gallerie ci sono sculture da diecimila euro e sculture da dieci euro</strong>. La bellezza è la sintesi del potere seduttivo e percettivo dell’arte, un’attrazione di cui spesso non riusciamo nemmeno a capire il motivo.” L’artista racconta come molti si siano aperti al mondo dell’arte durante il lockdown. In quel periodo ha ricevuto milioni di ordini da tutto il mondo, incrementando notevolmente il suo fatturato. D’altronde, secondo lui, la sospensione delle attività ha creato una situazione favorevole all’introspezione dell’artista, che ha cercato nei meandri della creatività una nuova ispirazione.</p>
<p>Entrando nel merito del canone estetico, ritroviamo nella produzione di <strong>Buttazzo </strong>due filoni principali: le figure geometriche, per loro natura più squadrate, e le figure dai contorni rotondeggianti. “Anche le forme geometriche sono arrotondate. &#8211; spiega – Basta guardare, a titolo esemplificativo, <strong>&#8220;Youg</strong><strong>&#8220;</strong>: quell’ispirazione viene da uno studio fatto sui muretti a secco, per quel che riguarda la sovrapposizione dei moduli, e dagli anni settanta per la riproposizione del rettangolo replicato. Ci sono voluti dodici “studi” (sculture preparatorie ndr) per riuscire a rendere contemporanee le forme del territorio”. Le sculture bianche di <strong>Buttazzo</strong>, con il loro modo non invadente di condividere lo spazio con gli abitanti della casa, interrompono la continuità delle forme spigolose dell’arredamento. Nonostante le dimensioni spesso considerevoli, grazie alla capacità di accarezzare lo spazio e racchiuderlo nelle curve, producono una sensazione di acquietamento.</p>
<p>La sfida è cercare di capire come possono interagire gli altri materiali insieme al suo, così accosta in maniera sorprendente ferro, legno, marmo lavorati da altri artisti alla pietra. Detesta lavorare con le macchine. I suoi strumenti sono quelli tradizionali. Forte di un’identità territoriale precisa, ispirato dalla luce e da sua moglie, lo scultore dialoga con il mondo attraverso il suo sito Internet. Già nel 1996, infatti, il suo staff ha creato il primo dominio del marchio. Oggi ha quattro gallerie (Parigi, Cannes, Porto Cervo, Pantelleria) e collabora con una galleria di New York. Numerose le sue installazioni in ville e siti architettonici di rilievo.</p>
<p>Da qualche anno ha iniziato a gettare le basi per un progetto che gli sta molto a cuore: una scuola di formazione all’artigianato per ragazzi problematici dove si imparino, oltre a materie come l’inglese e il marketing digitale, anche i valori etici legati al lavoro manuale.</p>
<p><a href="http://www.renzobuttazzo.com">www.renzobuttazzo.com</a></p>
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