Arturo Santoro, il campione delle Tremiti e l’arte del custode

Dai primi tuffi da bambino al titolo mondiale a squadre, dagli incontri con i grandi della subacquea all’amicizia con Lucio Dalla: Arturo Santoro racconta una vita dentro e intorno al mare delle Tremiti

«Il mare non è uno spettacolo da consumare, bisogna imparare a custodirlo»

Da ragazzo e giovane subacqueo seguivo le gare di pesca in apnea, studiavo tecniche e mi appassionavo ai record di profondità in assetto costante e variabile, divorando giornali come Il Subacqueo e Mondo Sommerso.

I miei idoli erano i mitici recordman Enzo Maiorca e Jacques Mayol, e guardavo affascinato i documentari subacquei di Folco Quilici, Bruno Vailati e Jacques-Yves Cousteau.

Inoltre mi appassionai alla pesca subacquea e seguivo le vittorie delle nostre nazionali che erano composte da fortissimi atleti come Carlo Gasparri, Massimo Scarpati, Antonio Toschi, Riccardo Molteni, Renzo Mazzarri e Arturo Santoro.

Quest’ultimo è pugliese, oggi 85enne in grande forma, nativo delle Isole Tremiti. Da tanto tempo mi ero ripromesso di conoscerlo e farmi raccontare la sua lunga carriera di pescatore subacqueo e campione del mondo con la squadra nazionale italiana.

Così, qualche giorno fa, sono salito su un potente gommone a Lesina insieme ai miei amici Nazario e Pascal e, dopo un’oretta di mare piuttosto mosso, mi sono recato a San Domino per incontrare Arturo Santoro e scoprire un po’ della sua vita legata al mare e a quelle meravigliose isole della nostra regione.

Arturo ha un albergo nell’isola, che gestisce insieme a sua moglie Giusy e, dopo aver fissato l’appuntamento, l’ho incontrato proprio nel ristorante con una splendida vista sul mare.

Al tavolo a fianco c’era un altro personaggio che mi ricordava qualcuno, ma vi svelerò chi era solo alla fine dell’intervista.

Arturo Santoro, un’infanzia nel mare delle Tremiti

Arturo Santoro ha cominciato da bambino, alle Tremiti, quando il mare era ancora un luogo da scoprire e non una destinazione turistica di massa. Prima ancora di imparare davvero a immergersi, osservava i pescatori, cercava di capire cosa ci fosse sotto la superficie e si inventava ogni modo possibile per avvicinarsi all’acqua.

«Da ragazzino ero sempre lì. Facevo piccoli servizi ai pescatori, portavo le sigarette ai vecchietti, qualsiasi cosa pur di poter scendere al molo, perché all’epoca ai bambini non era permesso andare dappertutto. C’era ancora molta paura, anche per gli incidenti che erano successi dopo la guerra.»

Ho imparato da solo

«Un giorno, durante un matrimonio, come regalo vennero distribuiti maschere, pinne e fucili a molla e così cominciai ad andare sott’acqua. Mio padre alla fine mi comprò un fucile e quello fu l’inizio».

Nessun maestro, nessuna scuola. «Ho imparato da solo», afferma Arturo Santoro.

Alle Tremiti, però, in quegli anni arrivavano alcuni dei grandi nomi della subacquea italiana. Isole ancora quasi selvagge, frequentate da pescatori, subacquei e personaggi che stavano contribuendo a costruire una nuova cultura del mare.

«Arrivavano personaggi delle grandi aziende della subacquea come Mares, Cressi, Technisub, giornalisti e fotografi subacquei, tutta la crema dell’epoca e anche Luigi Ferraro, uno dei più importanti incursori subacquei italiani della Seconda Guerra Mondiale e pioniere della subacquea sportiva e professionale. Io li guardavo e cercavo di imparare».

Uno degli incontri decisivi avvenne più tardi, a Genova.

Arturo Santoro si era trasferito lì e aveva iniziato a frequentare la piscina. Nuotava continuamente, tanto da riuscire a ottenere il permesso di allenarsi anche quando la piscina era chiusa al pubblico.

Un giorno, però, uscì dall’acqua qualche minuto più tardi del previsto.

«Dalle tre in poi entravano gli incursori della Marina Militare. Quel giorno mi trovai davanti Luigi Ferraro. Mi chiese chi fossi e da dove venissi. Quando gli dissi che ero delle Tremiti, mi guardò e si ricordò di me e di mio padre, poi mi dette il numero di telefono e mi disse di andare a trovarli. Da lì cominciò un altro capitolo della mia vita».

Tra fotoromanzi e cinema subacqueo

La pesca subacquea, però, non fu l’unico mondo nel quale Arturo Santoro si mosse negli anni della sua giovinezza. In quel periodo lavorò anche nell’ambiente dei fotoromanzi, un’esperienza che gli permise di avvicinarsi al mondo dell’editoria, della fotografia e dello spettacolo.

La sua passione per il mare lo portò poi a partecipare a Vita da sub, un progetto che riuniva alcuni dei protagonisti più importanti della subacquea dell’epoca: Luigi Ferraro, Duilio Marcante, Enzo Maiorca, Massimo Scarpati e Jacques Mayol.

Per Santoro fu un’altra occasione straordinaria per stare a contatto con uomini che rappresentavano, ciascuno a modo proprio, la storia e l’evoluzione della subacquea. Alcuni di loro erano già stati suoi punti di riferimento, altri sarebbero diventati compagni di viaggio e di avventure.

Il suo percorso, insomma, si sviluppava ormai su più piani: la pesca, le competizioni, la fotografia, i fotoromanzi e il cinema. E sempre con il mare al centro.

Arturo Santoro lavorò anche nell’ambiente dei fotoromanzi

Le gare e la squadra

Arrivarono le gare, i viaggi, i campionati e le trasferte in giro per il mondo. Arturo Santoro entrò in una squadra con alcuni dei migliori specialisti in circolazione.

«Toschi era fortissimo. Scarpati era invece quello più metodico, disciplinato. Io vivevo lo sport in maniera diversa: prima veniva il divertimento. Però quando c’era un impegno importante, un campionato del mondo, allora diventava una cosa seria».

E la dimensione collettiva, racconta, era fondamentale.

«Per me esisteva la squadra. Individualmente sono arrivato terzo, ma il titolo a squadre era quello che contava. C’era una collaborazione perfetta: se uno prendeva un pesce in più, aiutava gli altri. L’obiettivo era il risultato della squadra».

Le competizioni permisero ad Arturo Santoro anche di viaggiare in luoghi dove il mare offriva scenari completamente diversi da quelli mediterranei.

Eppure, ancora oggi, quando gli si chiede quale immersione sceglierebbe se potesse farne una sola, non indica un paradiso tropicale, ma gli Archi di Punta Secca, a Capraia.

Gli chiedo perché.

«È un posto eccezionale. L’arco è intorno ai 35 metri e sotto c’è una parete che una volta era tappezzata di gorgonie. Sono tornato qualche tempo fa e non ce n’erano praticamente più».

È qui che il racconto sportivo si trasforma in una riflessione sul futuro del mare.

Il mare non è infinito

«Bisogna imparare l’arte del custode».

È forse la frase che meglio riassume il pensiero di Arturo Santoro. Lui che da giovane praticava la pesca subacquea e che ha vissuto una stagione nella quale il mare sembrava inesauribile, oggi insiste sulla necessità di lasciare qualcosa a chi verrà dopo.

«Noi sparavamo tutto».

Non significa, per lui, chiudere tutto.

«Il problema è trovare un equilibrio. Non puoi pensare soltanto alla conservazione senza considerare l’economia del territorio, ma neanche fare business distruggendo quello che hai».

Alle Tremiti, secondo Arturo Santoro, ci sarebbe un potenziale enorme: «Il fondale delle Tremiti è diverso da quello di molte altre isole. Si presta a diventare quasi un acquario naturale. Se si riuscisse a creare una zona davvero protetta, con il ripopolamento, potrebbe diventare una risorsa importante anche dal punto di vista economico».

L’idea di Arturo Santoro è quella di trasformare la tutela in una forma di economia sostenibile.

«Devi dare la possibilità alle strutture di vivere. Arrivano migliaia di persone con le navi, stanno poche ore e poi ripartono. Così il territorio non costruisce nulla. Bisogna pensare a un’economia più ampia, che faccia vivere gli alberghi, i giovani, le attività locali, ma rispettando il mare».

I piatti che ama mangiare

La vita di Arturo Santoro, però, non è fatta soltanto di immersioni e pesci da incontrare sott’acqua. Il mare delle Tremiti è anche quello che finisce in tavola.

Il suo piatto preferito racconta perfettamente il carattere della cucina dell’arcipelago: gli spaghetti alla tremitese, preparati con acciughe, capperi, pinoli e uva passa. Li abbiamo mangiati insieme e anche i miei amici li hanno molto apprezzati.

Lui ama la cucina semplice, fatta di pochi ingredienti ma capaci di costruire un equilibrio tra sapidità, dolcezza e profumi mediterranei.

Tra gli altri piatti che ama ci sono la pasta e cavolfiore e una semplice insalata di pomodoro e basilico.

E quando si parla di pesce, la risposta di Santoro sorprende un po’, perché ti aspetteresti che gli piacciano i pesci più pregiati.

Invece, il suo pesce preferito in cucina è la mustela, poco conosciuta, dalle carni bianchissime, delicate e saporite.

«Puoi cucinarla come vuoi, in umido, al forno, puoi farne polpette, lessarla».

Diverso è il discorso per la pesca subacquea: le sue prede erano soprattutto dentici e ricciole. Ma Arturo Santoro mette in guardia chi guarda alle imprese dei campioni come a qualcosa da imitare senza conoscerne i rischi: soprattutto per i più giovani, questo sport può trasformarsi in una sfida pericolosa.

«Tanti ragazzi hanno voluto emularci e, purtroppo, non hanno potuto più raccontarlo. Sono pesci che implicano una grande conoscenza del territorio e grande capacità di apnea che può protrarsi anche a tre minuti. Ma, se non si è allenati e consapevoli dei propri limiti, il rischio di risalire in sincope è molto alto».

Una frase secca, che racchiude tutta la consapevolezza di chi ha visto cambiare la pesca subacquea e sa quanto contino esperienza, preparazione e prudenza.

Il racconto di Arturo Santoro si illumina quando parla dei grandi pesci incontrati nel corso degli anni.

«Un tonno, per esempio, te lo aspetti sempre in movimento. E invece qualche volta lo vedi fermo, sospeso, immobile. È una cosa impressionante. E poi c’è quell’occhio».

Ha incontrato squali, mante, grandi cernie e altri animali che, in alcuni casi, raggiungevano dimensioni enormi.

E c’è anche il ricordo di un gigantesco pesce Napoleone.

«Era grosso, forse un quintale o anche di più. Quando arrivavamo noi si metteva vicino alle bombole. Se entravo io in acqua veniva verso di me. Probabilmente era attirato dai colori della muta».

Il ristorante di Arturo Santoro

Lucio Dalla e le Tremiti

Ma nella memoria di Arturo Santoro c’è anche un altro personaggio, diventato nel tempo una presenza familiare alle Tremiti: Lucio Dalla.

«Sì, eravamo amici».

L’incontro tra Arturo Santoro e Lucio Dalla nasce quasi per caso, attraverso un servizio fotografico legato al mondo della subacquea.

«In quel periodo collaboravo con persone che lavoravano nell’ambiente cinematografico e giornalistico. Avevamo cominciato a organizzare viaggi con personaggi famosi, abbinando ogni isola a un personaggio. A Tremiti pensai a Lucio Dalla».

I giornali inizialmente non erano interessati, Dalla ancora non era famoso. Ma Santoro disse che dovevano farlo lo stesso e così il cantautore arrivò alle Tremiti.

«Lo facemmo ospitare al Touring. La sera c’era l’animazione e Lucio cominciò a suonare. Poi andammo a pesca perché dovevamo realizzare il servizio. C’è una fotografia inedita di Lucio con il fucile, mentre lo carica. Uscì su Mondo Sommerso e Nautica. Furono due servizi bellissimi».

Dalla si innamorò delle Tremiti e tornò molte volte.

Infatti, mentre intervisto Arturo Santoro, me lo conferma anche il mio amico lesinese Nazario: «Quando veniva in zona passava anche da Lesina. Aveva una Jaguar verde inglese e l’autista. Arrivava sul lago, si fermava, guardava il posto e poi andava al Bar dello Sport. Non gli interessava andare nei posti più famosi».

Nei ricordi di Arturo Santoro c’è anche Lucio Dalla

A tavola con Lucio

Anche Dalla, nelle Tremiti, aveva i suoi rituali.

«Amava la pasta con l’aragosta e se la faceva preparare da Carolina, del ristorante Architiello all’isola di San Nicola, in uno scenario tra i più belli delle Tremiti».

È un altro frammento dell’immagine privata di Dalla che emerge dai ricordi dell’amico: non soltanto il musicista famoso, ma un uomo che aveva scelto le Tremiti come luogo dell’anima, per il mare, per gli amici e per la possibilità di vivere lontano dai riflettori.

Il rapporto tra i due andò oltre la semplice frequentazione e Lucio lo chiamava quando qualcosa non funzionava. Arturo Santoro gli aveva detto: «Guarda che qui c’è amore e odio. In ogni posto ci sono problemi. Quando c’è qualcosa, tu sai che io ci sono».

Negli ultimi anni, però, Santoro aveva percepito che qualcosa stava cambiando.

Ricorda l’ultima volta che Dalla tornò alle Tremiti, quando vide un furgone bianco davanti alla sua casa.

«Pensavo fosse un operaio venuto a fare dei lavori. Poi Lucio mi disse che stava portando via i quadri. La situazione peggiorava e lui aveva deciso di andare via».

Dalla aveva pensato anche a una soluzione diversa per quella casa, racconta Arturo Santoro, valutando di trasformarla in una struttura ricettiva, ma non ci fu il tempo.

Una persona buona e molto sensibile

Gli chiedo che uomo fosse, fuori dal palcoscenico.

Arturo Santoro non ha dubbi: «Era una buona persona, molto sensibile. Simpatico, divertente, di compagnia. Naturalmente aveva anche i suoi momenti in cui voleva stare da solo».

Tra i ricordi più belli c’è quello dei 60 anni di Santoro.

«Organizzammo un complessino. C’erano tutti gli amici. Chiudemmo la strada e vennero tutti. Lucio arrivò la sera. Mi disse che, dopo aver mangiato, ci saremmo visti e poi rimase a cantare per ore».

«Ho passato la giornata più felice da quando ero bambino. Cominciò a cantare alle dieci e andò avanti fino alle quattro e mezza del mattino».

In questo ricordo si concentra il significato della loro amicizia: lontano dai palchi, dalle classifiche e dalla notorietà, Dalla era semplicemente Lucio, uno di loro.

Devi lasciare qualcosa agli altri

Alla fine della conversazione con Arturo Santoro si torna inevitabilmente al mare.

Santoro parla di pesci che oggi sono più difficili da incontrare, di fondali che hanno perso parte della loro ricchezza, di immersioni diventate troppo frequenti e di luoghi che rischiano di essere consumati proprio dal successo del turismo di massa.

«Il mare deve essere protetto, ma deve anche diventare una risorsa per chi vive qui. Se tutti sfruttano un posto senza regolamentazione, prima o poi quel posto muore».

E forse, dopo una vita passata sott’acqua, la lezione che Arturo Santoro sente di poter lasciare è proprio questa:

«Devi lasciare qualcosa agli altri che arrivano».

La sorpresa finale

E ora posso svelare chi era al tavolo a fianco a noi. Nientepopodimeno che Giuliano Sangiorgi, cantautore e leader dei Negramaro, quest’anno direttore artistico del Tremiti Music Festival.

Disponibilissimo e simpaticissimo si è fatto un bel selfie con noi usando lui stesso il mio cellulare e poi ha registrato un messaggio carinissimo come regalo al figlioletto del mio amico Pascal.

Giornata stupenda ma bisognava rientrare, il gommone ci aspettava al porto e il mare non prometteva niente di buono. Ma alle Tremiti tornerò e, oltre a riabbracciare Arturo Santoro, mi piacerebbe tanto chiacchierare con la cuoca Carolina, che è stata un’altra grandissima amica di Lucio Dalla, gigante della nostra musica.

Sandro Romano con Arturo Santoro e Giuliano Sangiorgi
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