Tavole imbandite, il palcoscenico dove nacquero Arbore e Baudo

Dalla Foggia goliardica degli anni Cinquanta al rito che i Monti Dauni festeggiano ancora oggi, tra sugo alla zia Vittoria, Nero di Troia e la leggenda della Taverna del gufo

“Il più strano festival esistente”, lo ha definito Renzo Arbore. Si riferiva al Festival delle tavole imbandite. Che, in realtà, era uno spettacolo di varietà diciamo così nazional-popolare, espressione della tradizione goliardica della Foggia degli anni Cinquanta e Sessanta. Arbore, foggiano doc, inventore di Quelli della notte, ha ricordato il più strambo dei festival in occasione del primo anniversario della morte di Pippo Baudo. Perché, entrambi avvocati (nel senso di laureati in Giurisprudenza) ma ormai decisi a lanciarsi nel mondo dello spettacolo, pur con ruoli differenti, proprio alle tavole imbandite si sono incontrati. Come esordienti, quasi, allo sbaraglio.

Baudo e Arbore si sono incontrati alle tavole imbandite

Baudo, il giovane presentatore di comizi in Capitanata

Il giovanissimo Baudo era praticamente di casa in Capitanata: presentava i comizi di Vincenzo Russo, deputato democristiano di lungo corso, ininterrottamente alla Camera per otto legislature, dal ’58 al ’92. E il giovanotto catanese era talmente bravo (e pure un po’ presuntuoso) che, come avrebbe spesso ricordato, era costretto a sparire subito dopo l’introduzione, perché sennò nessuno avrebbe più seguito l’uomo politico.

Il sugo alla zia Vittoria, la portata regina delle tavole imbandite

E tuttavia, non è che le tavole fossero buone solo per essere calpestate da guitti e giullari dell’Italia del Boom. Si trasformavano anche in una mensa apparecchiata. Lì, la portata principale diventava i fusilli (anche i cavatelli andavano bene, anzi) con il pomodoro alla zia Vittoria. Che poi è un PAT, un Prodotto Agroalimentare Tradizionale, specialità della Capitanata e del Tavoliere. Il sugo alla zia Vittoria è una salsa speciale di pomodori, a cui sovente sono aggiunti i peperoni; la tradizione delle casalinghe prevede una preparazione, come dire, casereccia. Veniva confezionata in vasetti di vetro, consumandola al momento della realizzazione oppure conservandola. A innaffiare il buon cibo non potevano mancare Nero di Troia e Cacc’e Mmitte di Lucera.

la portata principale diventava i fusilli con il pomodoro alla zia Vittoria

Padre Pio e la leggenda della Taverna del gufo

Torniamo alla strana coppia Arbore-Baudo. Dopo aver raccontato dell’incontro-scontro con Padre Pio («Siete venuti qui per curiosità, vero? Non certo per devozione: Iatevenne!», disse il burbero frate di Pietrelcina, poi assurto agli onori degli altari), hanno inevitabilmente ricordato la Taverna del gufo. Il locale sorgeva a pochi metri dai palazzi D’Avalos (meglio conosciuto come palazzo Caione) e De Petra, al civico 3 di piazza Addolorata, con angolo via Arpi, nel borgo antico. Nella notte dei tempi era una vecchia osteria, luogo di posta per i pellegrini che nel Medioevo erano diretti verso Monte Sant’Angelo al santuario di San Michele Arcangelo. Narrano le storie che, il 13 agosto 1062, alcuni pastori rinvennero in una pozza d’acqua della piana dauna un quadro raffigurante la Madonna Assunta in cielo. L’effigie fu portata proprio a quella stazione di posta che probabilmente si chiamava del bufo (un rospo). Solo in seguito, forse per un errore dovuto alla pronuncia dialettale, la rana si trasformò nel rapace notturno.

Taverna del gufo sorgeva a pochi metri dai palazzi D’Avalos (meglio conosciuto come palazzo Caione) e De Petra

Il jet set del Tavoliere tra caciocavallo e risate

E proprio in piazza dell’Addolorata, gustando caciocavallo podolico dauno, benedetto dai DOC di Cerignola o San Severo, il clarinetto di Arbore allietava serate con protagonisti, insieme al Pippo Nazionale, il jet set dello showbiz dal Tavoliere alla Milano lanciata verso l’Europa. I cumenda (i notabili e imprenditori milanesi, soprannominati così dal titolo di commendatore) si sganasciavano dalle risate anche per le battute di tale mast Emilie u’ scarpare (mastro Emilio, il calzolaio). Di qui passarono pure Benigni, Troisi, Verdone, Mazzamauro e Arena, persino Venditti e De Gregori, senza dire degli autoctoni Matteo Salvatore, Toni Santagata e Gegè Telesforo.

Le tavole imbandite non sono un ricordo: il rito continua a Celle San Vito

Celle San Vito, 144 abitanti, il più piccolo comune della Puglia

Ma le tavole imbandite sono tuttora una tradizione della provincia dauna. Pochi giorni fa, giusto per fare un esempio, nella notte di San Lorenzo, a Celle San Vito, 144 abitanti, il più piccolo comune della Puglia, si è ripetuto un rito antichissimo: sono stati messi in fila 16 tavoli di legno (a cui ne vengono aggiunti inevitabilmente molti altri, perché si è arrivati a 400 commensali). Qui, sui Monti Dauni, la mensa si è trasformata in segno della convivialità, delle festività tradizionali e dei grandi banchetti che la cucina tipica di Capitanata esige, con i salumi, con l’ottimo pane, con l’olio buono di oliva peranzana e con la pasta tirata a mano, che siano orecchiette o troccoli.

Pasta tirata a mano che possono essere orecchiette o troccoli
Gallery

ADV

Leggi anche:

Chef Stefano Di Gennaro torna alla Scuola del Gusto per una lezione sul menu di Pasqua

Sergio Rubini porta il Grande Cinema nel nuovo spot per la Puglia

Il gusto diventa sapere: chef, studenti e prodotti locali protagonisti di “Sapulia”

Borgo Valle Rita, un piccolo mondo gastronomico in contrada Girifalco

A Mano Wine, la cantina di Mark Shannon e Elvezia Sbalchiero nata dal loro amore per la Puglia