Nella notte tra giovedì 21 e venerdì 22 maggio 2026 si è spento Carlo Petrini, “Carlin” per tutti, nella sua casa di Bra in provincia di Cuneo. Con lui se ne va uno dei pensatori più originali e influenti del nostro tempo: un uomo che ha avuto il coraggio di trasformare un atto quotidiano come mangiare in una dichiarazione culturale, politica e civile.
Gastronomo, giornalista, scrittore e instancabile promotore di un sistema alimentare sostenibile e giusto, Petrini ha fondato Slow Food nel 1986 con una visione che, allora, sembrava quasi utopistica, come lui stesso ripeteva: “Chi semina utopia, raccoglie realtà”.
E sotto la sua guida l’utopia si è trasformata in una grande realtà che abbraccia l’intera penisola italiana, e non solo.
Ha lasciato in eredità l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, a Bra, che vanta un approccio interdisciplinare agli studi sul cibo e che è stata trampolino di lancio per esperienze simili in altri atenei internazionali.
L’intervista al presidente Marcello Longo
La Puglia è una delle regioni italiane più attive nella rete dei Presìdi Slow Food. Ben 37 presidi per la valorizzazione e tutela delle eccellenze enogastronomiche made in Puglia: un patrimonio vivo, radicato nel territorio, che racconta storie di comunità, biodiversità e resistenza culturale.
Ne abbiamo parlato con Marcello Longo, presidente emerito di Slow Food Puglia, che ha guidato il movimento regionale negli anni della sua più intensa crescita.

Chi era Carlo Petrini, al di là della figura pubblica?
Era un visionario, uno di quelli che ha visto il mondo in un altro modo. Ha capito che si poteva fare la differenza, dare un contributo, e che non era attraverso l’industrializzazione e il potere delle grandi multinazionali che si poteva risolvere il problema. Anzi, sosteneva che l’iperproduzione avesse “infangato il mondo”: ha portato avanti un discorso molto negativo. Le sue parole chiave erano tre: buono, pulito e giusto. Buono, perché il cibo deve essere buono. Pulito, perché deve rispettare la biodiversità. Giusto, perché deve garantire la giustizia sociale. È partito da questi presupposti e non se n’è mai allontanato.
Sapeva muoversi in mondi molto diversi tra loro…
Questa era la sua grandezza. Sapeva interfacciarsi con i principi, con i re, con i papi, ma anche con il pescatore, il contadino, il pastore, l’allevatore. Lui ha inventato Terra Madre: nel 2004 ha inaugurato questo evento a Torino facendo venire diecimila contadini da 156 paesi di tutto il mondo, proprio per favorire lo scambio. Perché lui è sempre partito dal presupposto che da soli non si va da nessuna parte. Questa era la sua filosofia profonda.
Cosa ha significato concretamente Slow Food per la Puglia?
Da quando è nato questo progetto, in Puglia abbiamo recuperato 37 presidi Slow Food, più altri 40 legati all’olivicoltura secolare e al presidio dell’extravergine, che sono molto importanti e si rinnovano di anno in anno. Ma prima ancora dei presidi, abbiamo cercato di censire tutti i prodotti a rischio di estinzione: abbiamo creato un catalogo, l’Arca del Gusto. In Puglia contiamo circa 85 prodotti a rischio di estinzione. Dal 24 al 27 settembre presenteremo questi cataloghi, insieme ai presidi. Lui ha pensato sempre a quelli che verranno dopo di noi.
Il suo messaggio, oggi, è più urgente che mai?
Quando nel 1986 nasce Slow Food, un grande entomologo pronuncia per la prima volta a Washington la parola “biodiversità”. Se si nomina quella parola vuol dire che il mondo stava ancora bene. È possibile che in quarant’anni — quest’anno Slow Food compie quarant’anni — abbiamo disintegrato il mondo? Uno sviluppo distorto ha dato prova della sua insostenibilità: non ha sfamato il pianeta, lo ha pesantemente inquinato. L’uso massiccio di sostanze chimiche, la diffusione delle monoculture, gli allevamenti intensivi, i sistemi distributivi delocalizzati e destagionalizzati: tutto questo amplifica i cambiamenti climatici, causando siccità, alluvioni, perdita di biodiversità e migrazione dei popoli. Slow Food è stata la diga in grado di arginare questo disastro alimentare.
Come Slow Food Puglia portate avanti concretamente questo impegno?
Abbiamo instaurato una collaborazione con la Caritas Regionale. Nella Settimana Santa, ad esempio, i nostri Cuochi dell’Alleanza hanno prodotto 600 pasti. Se riusciamo a creare sinergie e a costruire disciplinari di produzione su tutti i prodotti — insieme ai contadini, agli allevatori, ai pastori — riusciamo a consegnare ai bambini un mondo un po’ più pulito. Quella era la grande visione di Carlo Petrini. E noi dobbiamo proseguire su questa strada.
C’è un ricordo personale che la lega particolarmente a lui?
Nel 2013 Carlo trascorse sette giorni con noi a Torre Guaceto — un’area marina protetta in Puglia, dove nel 2000 Slow Food aveva contribuito a trasformare una zona segnata dalla pesca di frodo e dal contrabbando in un modello di pesca sostenibile, il primo presidio al mondo di questo tipo. Eravamo lì per un evento, erano arrivati onorevoli e personalità varie. Lui, invece di andare verso di loro, mi prese sottobraccio e mi portò sotto la bancarella di un pescatore. Ecco chi era Carlo Petrini. Stava bene con la gente. Era uno di loro.


