Prima di tutto c’è il Palazzo Marchesale, massiccio, imponente e apparentemente impenetrabile, come se fosse consapevole del suo ruolo di geloso custode di una chicca tutta da scoprire: il centro storico di Turi. Per accedervi è infatti necessario andare oltre il monumentale edificio, e attraversare l’antica porta che consente l’accesso al borgo, ovvero un minuscolo e fascinoso labirinto di stradine e piazzette che si aprono una dentro l’altra. Per poi raggiungere un angolo quasi nascosto, dove l’elegante palazzotto che ospita il ristorante Santa Chiara degnamente fronteggia la mole austera della chiesa da cui prende il nome. E qui lo charme si aggiunge allo charme. Se il gusto squisito dei tovagliati e di tutti gli arredi di tavola trova riscontro nell’impeccabile cortesia dell’accoglienza, il raffinato comfort delle salette disposte su tre livelli, con pietra a vista e parquet per terra, si risolve nel panoramico terrazzo con vista privilegiata sullo scenario tutt’intorno.
Si tratta in realtà di un gioiellino fortemente voluto e di recente riaperto da Michele Boccardi, un illuminato imprenditore che opera nel settore da circa un trentennio. Lo si potrebbe considerare il vero deus ex machina dell’intera attività, perché non trascura alcun aspetto e sovrintende a tutto in prima persona: dalla selezione delle eccellenti materie prime, fino alla scelta del personale. Compresa la brigata addetta ai fornelli, composta da Felice Mirizio, Marco De Nicolò e Giuseppe Romanazzi. Lo chef Felice è un professionista tanto serio ed equilibrato quanto schivo ed alieno da ogni forma di protagonismo. Malgrado possa vantare una lunga militanza, iniziata quando era poco più che bambino, e tale da garantirgli l’apprendimento ora delle tecniche della cucina internazionale, ora dei segreti della tradizione autoctona. Due culture gastronomiche completamente diverse, che tuttavia Felice riesce perfettamente a sintetizzare nelle sue creazioni.

Lo dimostra, in prima battuta, la rana pescatrice con pancetta croccante e crema di carote, e con l’aggiunta di un estratto dello stesso pesce che ragala slancio al risultato complessivo. Magari in alternativa all’apparente semplicità e al gusto pulito della triglia con le cicorie di campo, uno dei cavalli di battaglia della casa; o ai moscardini cotti a bassa temperatura e accompagnati da una squisita purea di fave e da un crostino pane di Altamura. Tra la costa e l’entroterra, la degustazione prosegue al momento dei primi piatti. L’opulenta cremosità degli spaghettoni alla polpa di ricci su battuto di gamberi bianchi, si alterna quindi alla frizzante vivacità degli spaghetti aglio, olio e peperoncino su battuto di violette di Gallipoli. Mentre sul versante carne si attestano i ghiotti bottoni ripieni di trònere e conditi con il sugo dello stesso trònere, ottenuto frullando tutti gli ingredienti impiegati nella preparazione. Il trònere appunto, un involtino di carne bovina simile alla braciola barese e tipico di Turi, qui proposto in una magnifica versione che prevede la cottura nel tegame di creta. Ottimo l’olio di propria produzione, e molto interessante l’assortimento enologico.








