La natura possiede un’intelligenza silenziosa, capace di rigenerarsi e prosperare senza bisogno di direttive umane. Nei boschi non esistono arature profonde, diserbanti o irrigazioni continue: gli ecosistemi si rigenerano da soli, seguendo cicli che si ripetono da secoli. L’unico intervento dell’uomo dovrebbe essere quello di osservare la terra e prendere spunto da ciò che accade spontaneamente in natura.
È da questa idea che nasce Plant for future, il progetto di due giovani di San Pietro Vernotico: Gioele Sabetta, 29 anni, tatuatore e apicoltore per passione, e Francesco De Luca, 25 anni, giardiniere. Partendo da un terreno arido in Puglia, hanno creato un ecosistema autosufficiente e portato questa visione fino in Kenya.

La Permacultura: emulare la perfezione naturale
Al centro del progetto c’è la permacultura, una filosofia che Gioele e Francesco hanno abbracciato grazie agli insegnamenti della biologa italiana Saviana Parodi Delfino. Un approccio che rifiuta le tecniche invasive dell’agricoltura tradizionale. Invece di forzare il suolo con arature, diserbanti o concimi chimici, Gioele e Francesco hanno scelto di nutrire la terra seguendo l’esempio dei boschi. Il processo inizia con la rigenerazione del suolo: le erbe spontanee non vengono eliminate, ma falciate e lasciate sul posto per creare una pacciamatura naturale. Questa “coperta” protegge le radici, trattiene l’umidità e nutre i micro-organismi del sottosuolo, permettendo alle piante di resistere alla siccità senza bisogno di irrigazione artificiale. In questo sistema, ogni pianta ha un ruolo: vengono piantati alberi a crescita rapida per creare ombra immediata (come eucalipti e acacie), che proteggono e sostengono lo sviluppo di specie da frutto e varietà antiche del territorio, come azzeruoli, fichi, corbezzoli e peri selvatici.
Il laghetto e il ritorno della fauna
Un tassello fondamentale di questo equilibrio è la creazione di zone umide. Utilizzando materiali di recupero, i due ragazzi hanno realizzato un laghetto naturale che ha cambiato radicalmente il volto del terreno. L’acqua non serve solo alle piante, ma funge da richiamo per la fauna selvatica: api per l’impollinazione, insetti, piccoli mammiferi e predatori naturali. “Abbiamo visto un cambiamento immediato,” raccontano. Prima dell’arrivo degli insetti e delle api, gli alberi producevano fiori che cadevano senza mai diventare frutti; oggi, grazie a questo ecosistema autogestito, la natura ha ripreso il suo ciclo produttivo. Anche l’equilibrio tra gli animali si è ristabilito. “All’inizio avevamo problemi con i topi che mangiavano le radici degli ortaggi”, raccontano. “Poi sono tornati i serpenti e, dove ci sono i serpenti, arrivano anche i falchi”. Un sistema che, una volta stabilizzato, richiede sempre meno interventi umani.

Dalla Puglia all’Abruzzo
L’esperimento nato in Puglia è stato replicato anche in Abruzzo. Durante un viaggio, Gioele e Francesco hanno scoperto una piccola casa con terreno in vendita in una frazione montana vicino Sulmona, a circa duemila metri di altitudine. “Ce ne siamo innamorati subito”, raccontano. Anche qui hanno avviato un progetto simile, introducendo specie tipiche del territorio come mele e ciliegie, insieme ad alberi di supporto come le querce. Un’esperienza che ha confermato come i principi della permacultura possano adattarsi a contesti molto diversi tra loro.
Dalla Puglia a Nairobi: una formazione senza confini
Questa “scuola della natura” ha trovato terreno fertile anche a Nairobi, in Kenya. Collaborando con la African Child Hope Foundation, Gioele e Francesco hanno avviato un progetto di riforestazione a distanza, trasmettendo le loro competenze attraverso videoconferenze e lezioni digitali. L’obiettivo non è semplicemente piantare alberi, ma rendere le comunità locali autonome. In contesti urbani degradati, hanno insegnato l’importanza della pacciamatura e della biodiversità, coinvolgendo attivamente donne e bambini delle scuole locali. Persino zone segnate dall’inquinamento possono rifiorire: la natura, se lasciata libera di agire con i giusti supporti iniziali, è in grado di bonificare e trasformare anche le aree più difficili. Il progetto di Gioele e Francesco ci ricorda che la sostenibilità non è una tecnologia complessa, ma un ritorno all’ascolto. Piantare un albero significa creare le condizioni perché la vita possa fare il suo corso in autonomia. In un mondo che corre, l’eccellenza pugliese di questi due giovani risiede nella capacità di fermarsi, osservare un terreno secco e vedere, oltre l’arsura, il bosco che verrà.



