Cavolo rapa, l’ortaggio che a Bari chiamano: Cape de morte

In questo articolo non ho cambiato il genere di argomenti che solitamente tratto, in quanto la “cape de morte” non è il titolo di un film horror né una storia di cronaca nera. E anche se, per assonanza, ricorda un po’ la “Cape du turche” (testa del turco), la nota leggenda popolare barese che racconta del Turco Muffarag-ibn-Sallám, reggente di Bari dall’853 all’858, che, volendo convincere tutti i Baresi a convertirsi all’Islam e, vagando per la città armato di scimitarra, incontrò la Morte Befanì. La Morte Befanì – nella leggenda – era una specie di strega cattiva da non confondere con la Befana buona, che nella notte tra il 5 e il 6 gennaio girava per Bari a segnare con una croce di pece nera le case di coloro che sarebbero passati a miglior vita durante l’anno e che tagliava la testa a tutti coloro che incontrava sul suo cammino. E quello sfortunato incontro lo fece proprio Mufarrag, al quale la stregaccia tagliò di netto la testa che, rotolando, si andò a conficcare nell’architrave di una casa di Bari Vecchia, dove è tuttora.

Ovviamente si tratta di una leggenda ma, la cape de morte letteralmente “testa di morto”, è tutt’altra cosa nella mia città. Si tratta del nomignolo con il quale noi Baresi chiamiamo il cavolo rapa, un ortaggio a forma di sfera, che deve il suo nome alla somiglianza con un teschio. In realtà, chi gli ha dato questo nome doveva avere tanta fantasia, perché personalmente tutta questa somiglianza non ce la vedo, e neppure il colore che è di un verde molto tenue. Ma la cape de morte è una Brassicacea e come tutti gli ortaggi appartenenti a quest’ordine, è buono e fa benissimo. Ricchissimo di vitamine B e C, di ferro, calcio, fosforo e potassio, è indicatissimo nelle diete ipocaloriche e, grazie all’alto contenuto di fibre, ha alto potere saziante.

A me piace mangiarlo in maniera molto semplice, sbucciandolo e poi affettandolo sottilmente, poi basta condirlo con olio buono e pepe e, se volete, poco sale, che io preferisco non mettere, non ne sento il bisogno. Mi piace molto, infatti, quella dolcezza leggermente aromatica della polpa, simile a quella del ravanello ma meno pungente, e la consistenza croccante che impegna la masticazione e, di conseguenza, aiuta a sentirsi appagati, tanto che più di uno non riesco a mangiarne. Da considerare anche che, nonostante riesca a saziare abbastanza, il suo apporto calorico è bassissimo, circa 27 calorie ogni 100 grammi. Volendo, comunque, può essere arricchito con altri ingredienti come acciughe, tonno, capperi, frutta secca o anche fresca come mele e arance, oppure aggiunto a julienne in insalate miste. Anche cotto è molto buono, si può preparare al forno, al vapore, oppure cuocerlo e poi frullarlo per farne una gustosa crema invernale da accompagnare con crostini di pane.

È un ortaggio che ama il freddo, per cui in Puglia, notoriamente regione dal clima piuttosto caldo, il periodo migliore per consumarlo è proprio questo, un po’ come avviene per le cime di rapa, regine indiscusse della nostra gastronomia.

 

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