Una volta cominciavano così gli annunci che, sui giornali, lasciavano intendere la possibilità di piacevoli momenti da trascorrere in compagnia. Poi venne internet e sono scomparsi gli annunci e, al netto dei tazebao dei tifosi e della politica, scompaiono anche i giornali. Giornali e incontri che possano esser latori di Cose Belle, sono un ricordo lontano. Ma ciò non toglie che le Cose Belle esistano ugualmente. Viaggiano su altri mezzi, seguono vie, a volte più dirette e volte più contorte.
Sandro Romano, da Capurso, è uno dei generatori di percorsi e portatore di Cose Belle. Che, tanto per chiarire, lo scrivo in maiuscolo perché è il B&B nel quale alloggio (con massimo piacere) quando mi invita ad uno dei suoi eventi. Verrà il giorno in cui ci dedicheremo a Mario e Giuliana, ma oggi dobbiamo uscire dal paese, non molto, un paio di Km, per raggiungere una specie di casa delle fate.
Si chiama Casale Pontrelli, luogo accogliente, gradevole e di certo per nulla “pacchiano”. Quanto mi è piaciuta questa parola, etichetta perfetta annunziata da una splendida persona che, in nomen omen, si chiama Nunzia e che, insieme a Leonardo, è stata vittima della mia logorrèa per gran parte della serata. Che son così, chiuso e orso in generale, logorroico e invasivo quando immagino di potermi esprimere. Ma questa è un’altra storia. Non ho capito bene all’inizio che cosa ci facevo in questo luogo dove si stava così bene ma non riuscivo a leggere il messaggio che Sandro, invitandomi, aveva voluto trasmettermi.
Poi ho compreso, e quando ho compreso sono stato veramente contento di esserci. Una operazione politica per fare un pochino di giustizia. Schiere di cultori della cucina che narrano le gesta eroiche di tanti valenti Chef, più o meno giovani, più o meno validi, ma nella gran parte uomini. Alcuni dei quali parlano con la dolcezza tarocca in uso in questi tempi, della cucina di “mamma” o di “nonna” che, da vere eroine, con poco mettevano insieme pranzo e cena per chi tornando a casa, aveva un comunicato prima di ogni altro “che si mangia oggi?” Poi, quando la cucina diventa importante socialmente, la nonna e la mamma scompaiono e vien fuori il loro nome. A nostra discolpa dobbiamo dire che hanno cominciato i Francesi, noi almeno le nostre Ada Bonj e Giulia Ferraris Tamborini le abbiamo e gelosamente le conserviamo.
“Femminile Plurale” è dunque un percorso politico per restituire alle donne di cucina una centralità anche mediatica oltre che operativa, e se Sandro ne è il curatore, a Luca Pontrelli rimane il ruolo dell’ospite con uno squadrone di servizio che compare e scompare sempre opportunamente. E ve ne sono di donne ormai che possono sedere nell’olimpo come i loro colleghi uomini, in Italia si chiamano: Nadia, Luisa, Lucia, Cristina, Marianna e, in Puglia, Antonella, Solaika, Isabella, Alessandra, Daniela, Bina, e di sicuro qualcuna si offenderà … ma l’Alzheimer mi incombe e qualche nome me lo dimentico. Ecco, scrivo ecc. ecc. e mi perdonerete.

Dal novero delle donne che in cucina possono dire la loro, la Guest Star della serata di giovedi 6 Novembre era, a buon diritto, Sonia Peronaci che, tra le prime, ha usato il Web per rendere fruibile un sapere immenso. E, dunque, al dunque bisogna giungere. Che parlar di cibo e di cucina è esercizio teorico e pratico, momento nel quale barare è difficile assai se autore e fruitore, ovviamente, possiedono il medesimo grado di entropia, o che almeno sia paragonabile.
La descrizione dei piatti presentati, nei termini canonici, la si trova tranquillamente sulle cronache che ne hanno fatto amici ben più sapienti di me, o, proprio cristallizzata sul sito di Casale Pontrelli. Per parte mia, sempre scevro dalla tentazione di salire in cattedra e tirar fuori la matita a due punte (rossa e blu), mi permetto di esprimere solo alcune sensazioni.
Già dal benvenuto della chef e stimolato da un violino appeso tra cladodi di fico d’india ed altri elementi vegetali, ho sentito una ricerca di armonie che mantenessero un canone ma fuggissero il sol-fa. La polpetta di fave incapriate con la cipolla fritta, ad esempio, è un madrigale ma accompagnato da strumenti elettronici. Poi lo stracotto di manzo (numero uno assoluto) ha la serenità, la seduzione di un notturno di Chopin. E veniamo agli show cooking.
Le orecchiette. Un mix di grande complessità, una specie di fuga a sei voci, ma opulento e pervasivo come un quadro di Botero o una ballata di Offenbach, popolare ma senza rinunciare ad un vezzo di eleganza. Le seppioline con i ceci neri: nessun dubbio, Cage, John non Nicholas, ingredienti stridenti, composizione a tinte forti ma vera modernizzazione. Un piatto da perfezionare che si candida a diventare tradizione. In fondo tradizione null’altro è che innovazione di successo che si ripete nel tempo.
Sui dolci tutta la mia ammirazione per la frittella con il cioccolato che avrebbe il diritto di entrare nei Carmina Burana e per la Panna Cotta. Cosa ridete? La panna cotta, quella cosa che viene direttamente dal Blanc Manger e che tutti comprano in polvere o nell’apposito contenitore. Provate a fare la panna cotta con la panna, conditela con uva e vincotto (non sappiamo se sia caroeno, sapa o defructo ma ci informeremo). Il mix era un po’ come ritornar fanciulli e la musica che si sentiva suonare era un meraviglioso pianoforte che riempiva l’aria delle note del Rondò alla turca. E ho visto molti che hanno bissato e trissato, non so se si può dire e non mi avventuro sul quater e quinquies ai quali ho pure assistito!
Una serata bellissima, con una compagnia fantastica e, per una volta, abbiamo reso giustizia a Maria l’Ebrea, (o Maria la Giudea?), che pose le fondamenta dell’alchimia e della chimica occidentale con la quale la cucina diventa mito. E della quale abbiamo cancellato memoria se non per il bagnomaria.
AAAA, dunque, si ponga in testa questo strano acronimo che sta per: «Angela, A Atomic Ant» così come Sandro la definisce (credo a buona ragione) e chissà se un giorno non potremo avere una AAAAAFP: ci sarebbe da divertirsi moltissimo. Lo so l’ho fatta lunga e non ho parlato di un’altra A, quella di Archetipo e nemmeno dei vini di Michele Calò. Ma non è che posso fare tutto in una volta. Per ogni cosa potete farmi delle domande. Sperando (e pregando l’empireo) che poi io sia capace di rispondere.


