Addio a Nadia Santini, la chef che trasformò la cucina di casa in alta ristorazione

Si è spenta a 72 anni la prima donna italiana a conquistare le tre stelle Michelin. Un ricordo personale di chi ha trovato in lei, nel backstage della Guida 2020, una gentilezza rara

«Nadia, circondata dai suoi più cari affetti, si è addormentata nella pace ed è salita in cielo. Ha tracciato un solco profondo nelle nostre vite, volto alla sensibilità, all’empatia e all’amore. Grazie Nadia, grazie Mamma».

Con queste parole, estrapolate da un messaggio pubblicato sui social di Dal Pescatore, la famiglia Santini ha annunciato ieri la scomparsa di Nadia. Se ne va a 72 anni una delle donne che hanno scritto la storia della gastronomia italiana. La prima chef italiana a conquistare le tre stelle Michelin, nel 1996. Ma ridurre la sua grandezza a un primato e a delle coccarde sarebbe un errore. Nadia Santini ha compiuto qualcosa di molto più difficile: ha dimostrato che la cucina di casa poteva diventare alta ristorazione.

La sua storia è indissolubilmente legata a Dal Pescatore, a Runate, nella campagna mantovana. Una trattoria di famiglia nata nel 1925, trasformata insieme al marito Antonio in una destinazione gastronomica tra le più celebrate al mondo. Nadia arrivò ai fornelli quasi per amore, dopo gli studi in Scienze politiche. A insegnarle i segreti del mestiere fu soprattutto la suocera Bruna, custode di una memoria gastronomica che lei seppe traghettare nella contemporaneità.

La sua era una cucina umanistica, come amava definirla: rigorosa ma mai fredda, raffinata senza ostentazione, profondamente legata alla tradizione. Nei tortelli di zucca, negli agnoli in brodo, nei risotti e nei pesci d’acqua dolce abitava un’idea di gastronomia fatta di cultura, territorio e sentimento. Nel 2013 arrivò anche il riconoscimento di World’s Best Female Chef. Eppure Nadia non amava i riflettori. La sua grandezza stava proprio lì: nella capacità di lasciare parlare i piatti e di far sentire importante chiunque varcasse la soglia del suo ristorante.

Di Nadia conservo un ricordo personale che oggi assume un significato ancora più profondo. E, per quanto possa sembrare strano, non è un ricordo che parla di gusto o di piatti. Risale alla presentazione della Guida Michelin 2020, al Teatro Municipale di Piacenza. All’epoca ero ancora un giovane cameriere, imbevuto di sogni e passione. Avevo già pubblicato qualche libro, ma su tutt’altri argomenti, mentre dentro di me ardeva il desiderio di raccontare la gastronomia. Trovarmi per la prima volta alla celebrazione più importante del settore aveva, potete immaginare, un effetto quasi stordente.

Mi aggiravo spaesato nel backstage, intimidito da quel mondo che fino ad allora avevo frequentato soprattutto attraverso le riviste e il web. Mi sfrecciavano accanto mostri sacri come Bottura e Heinz Beck, mi passavano davanti Uliassi e Niko Romito: i miei eroi, quelli che mai avrei immaginato di incontrare così da vicino. Eppure nessuno si fermava. Del resto, non facevo molto per farmi notare: troppo timido, forse troppo impacciato, probabilmente convinto di non essere ancora all’altezza di quel mondo. Così me ne stavo in disparte, in un angolino del backstage, senza trovare il coraggio di avvicinare nessuno.

Nessuno, tranne lei, si accorse di me.

Nadia si fermò, mi guardò, mi venne incontro e mi chiese cosa ci facessi lì. Poi, con la naturalezza e la gentilezza che le appartenevano, mi rassicurò: quel caos, quell’agitazione, erano normali. Mi concesse una bella chiacchierata, ma soprattutto fece qualcosa di molto più importante: mi diede il coraggio di uscire dal mio angolo e andare a cercare anche gli altri. Di prendere la parola.

Mi lasciò una lezione che porto ancora con me: quando si è studiato, lavorato e fatto sacrifici per inseguire una passione, si ha anche il dovere di raccontarla, di esprimere il proprio pensiero. Per rispetto degli altri, certo, ma soprattutto di se stessi e della strada percorsa.

Non era soltanto una grande chef. Era una donna capace di accorgersi degli altri, anche di quelli che, per timidezza o insicurezza, rischiavano di rimanere invisibili.

L’Italia perde una regina dei fornelli, certo. Ma chi ha avuto la fortuna di incontrarla perde anche qualcosa di più raro: una donna che sapeva rendere grandi gli altri, senza mai avere bisogno di sentirsi più grande di loro.

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