Perché le proteste degli agricoltori riguardano tutti

Dai caselli della Capitanata alla Prefettura di Bari, olivicoltori e autotrasportatori chiedono di poter lavorare senza rimetterci

A metà ottobre, in Puglia, si dovrebbe parlare soltanto di raccolta. Reti stese sotto gli ulivi, bin impilati all’esterno dei frantoi, il primo olio nuovo sul pane. Quest’anno il solo pensiero di cominciare la campagna olearia fa tremare.

Al casello di Candela, porta d’ingresso della regione, ci sono tir fermi. Sulla statale 16, tra Foggia e San Severo, i trattori occupano la carreggiata. Le proteste degli agricoltori attraversano il Sud da settimane, dalla Sicilia alla Calabria, ma è in Puglia, prima regione olivicola d’Italia, che hanno preso la forma più compatta: olivicoltori, cerealicoltori, allevatori e autotrasportatori uniti da un conto che non torna più.

Con l’olio all’ingrosso pagato intorno ai 4,5 euro al chilo, la metà di un anno fa, mancano i presupposti per avviare una campagna che si preannuncia un bagno di sangue.

E i danni si estendono a tutta la filiera agroalimentare, schiacciata dai rincari del carburante, agricolo e non. Chi produce avrebbe bisogno di prezzi più alti, chi compra ha in tasca sempre meno. Proprio per questo le proteste degli agricoltori riguardano tutti noi.

Le proteste degli agricoltori dalla Capitanata a Bari

La prima scintilla è del 5 ottobre, quando circa 300 agricoltori, con il Comitato rivolta olivicoltori, hanno bloccato lo svincolo della provinciale tra Bitonto e Palombaio (Il Post).

Da lì la mobilitazione si è allargata alla provincia di Foggia: dall’11 ottobre presidi all’area di servizio Green Park (ANSA), poi al casello di Candela, al varco di Poggio Imperiale sull’A14, a Cerignola, dove tir e furgoni hanno attraversato il corso principale, nell’agro di Lucera, al bivio di Ripalta e agli accessi di Manfredonia (Il Fatto Quotidiano).

Dal Gargano settentrionale alcuni olivicoltori hanno percorso una cinquantina di chilometri in trattore per raggiungere il presidio. Il 15 ottobre la protesta è arrivata anche a Vieste, dove ogni estate l’extravergine è protagonista della Settimana dell’olio , con tre presidi di Orgoglio Olivicolo agli ingressi della cittadina (Corriere del Mezzogiorno).

Il 16, sesto giorno di blocchi nel Foggiano, un lungo corteo di tir e mezzi agricoli ha attraversato il centro di Cerignola, diretto al presidio nella zona industriale di Foggia (ANSA).

Il 12 ottobre migliaia di produttori, frantoiani e cooperative si sono radunati davanti alla Prefettura di Bari su iniziativa di Orgoglio Olivicolo e Confagricoltura Bari-Bat (BariToday).

Il 14 è stata la volta di Coldiretti, con circa 5.000 agricoltori e i trattori fino all’assessorato regionale all’Agricoltura (L’Immediato). Con loro diversi sindaci. Fuori dalla Puglia, agricoltori e autotrasportatori hanno bloccato l’A2 in Calabria e la statale Palermo-Agrigento in Sicilia.

Il 16 ottobre la mobilitazione si è estesa a Campania, Basilicata e Molise; in Calabria sono partiti una quindicina di presidi, dall’aeroporto di Lamezia Terme al porto di Gioia Tauro (Tgcom24), e in Sicilia i camion resteranno fermi fino al 22 ottobre.

Il ministero dei Trasporti ha convocato le associazioni dell’autotrasporto per il 27 ottobre e il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha fatto sapere che eventuali nuove misure sul carburante arriveranno soltanto dopo quell’incontro (Il Post). Il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro ha definito la protesta legittima (Tgcom24).

Non si fermano le proteste e i presidi di agricoltori e autotrasportatori

Un prezzo dimezzato e costi che salgono

Il cuore del problema sta in due numeri. Secondo le rilevazioni Ismea, a ottobre l’olio extravergine sulla piazza di Bari è stato pagato all’origine circa 4,5 euro al chilo, contro i circa nove euro del 2025.

Areté, società che monitora i prezzi delle materie prime agroalimentari, calcola per l’extravergine italiano un calo del 47% in un solo anno (Teatro Naturale).

Sul mercato pesano la ripresa della Spagna, dove le prime stime del ministero dell’Agricoltura spagnolo indicano 1,6 milioni di tonnellate, il 23% in più rispetto alla campagna precedente (Alimentando), e magazzini ancora pieni.

Al 30 settembre, secondo i dati del registro Frantoio Italia, nei depositi nazionali risultano stoccate 82.195 tonnellate di olio extravergine d’oliva italiano, il 170% in più rispetto a un anno prima (Teatro Naturale).

Solo in Puglia, al 23 settembre, ne restavano 38.694 tonnellate, quasi la metà del totale nazionale e cinque volte e mezzo il dato di settembre 2025 (Coldiretti Puglia). Numeri troppo alti e variabili troppo ballerine per la determinazione di un prezzo che metta tutti d’accordo e avvii la raccolta in tranquillità.

I produttori puntano il dito anche contro le importazioni a basso costo, in particolare di olio tunisino, che grazie agli accordi commerciali entra nell’Unione europea senza dazi entro un tetto di tonnellate.

E contro le etichette ambigue, che presentano come italiano olio acquistato all’estero e soltanto imbottigliato in Italia (Il Post).

Intanto i costi corrono nella direzione opposta. Dal 6 ottobre, con la fine dello sconto sulle accise, il gasolio alla pompa costa in media intorno ai 2,30 euro al litro (Il Post), mentre quello agricolo ha superato 1,6 euro (Corriere del Mezzogiorno).

Concimi, energia, irrigazione, rate dei mutui: ogni voce della campagna è cresciuta. Leonardo Di Stefano, imprenditore agricolo del Foggiano, lo ha riassunto in una frase: «Il costo di una cisterna di gasolio è triplicato» (Il Fatto Quotidiano).

Per gli autotrasportatori si aggiungono i pedaggi autostradali, tanto che per molti tenere il camion fermo costa meno che farlo viaggiare. Tommaso Loiodice, presidente di Unapol, ha spiegato che, per coprire i costi attuali, l’extravergine all’ingrosso non dovrebbe scendere sotto i sette euro al chilo (Sky TG24).

Il grido disperato degli agricoltori e olivicoltori

Una filiera che rischia di fermarsi

L’olio ancora nelle cisterne dei frantoi fa temere che molti impianti non avranno spazio né liquidità per ritirare le nuove olive. Le stime diffuse da Coldiretti il 18 settembre descrivono una campagna disomogenea (La Terra di Puglia). Nel Foggiano e nel Tarantino si stima un calo del 40%, nel Brindisino anche superiore, mentre nelle province di Bari e BAT si fermerebbe a un -20%.

Fa eccezione il Leccese, per il quale si prevede un aumento di circa il 60%, collegato all’entrata in produzione dei nuovi impianti realizzati dopo i danni della Xylella, una rinascita degli ulivi salentini  che parte però da una base crollata. Intanto Unapol ha avvertito l’opinione pubblica che una parte della produzione potrebbe restare sugli alberi, primo passo verso l’abbandono degli oliveti (Il Sole 24 Ore).

In gioco c’è un sistema intero. Secondo Orgoglio Olivicolo, il comparto pugliese conta oltre 16mila imprese olivicole e 720 frantoi, con più di 20mila occupati diretti e altri 10-12mila nell’indotto, tra potatori, raccoglitori e trasportatori (BariToday).

E gli effetti hanno già raggiunto la vita quotidiana. Nel Foggiano, dalla sera del 14 ottobre, quasi tutti i distributori sono rimasti a secco (Corriere del Mezzogiorno); a Cerignola, San Severo e Lucera molti supermercati sono rimasti senza prodotti freschi e a Cerignola il sindaco ha attivato il centro operativo della Protezione civile.

Sulla crisi del carburante ha pesato anche il blocco degli accessi alla raffineria Eni di Taranto da parte degli operai dell’ex Ilva: il 15 ottobre la metà delle stazioni Enilive pugliesi era senza carburante.

Il 16 gli operai hanno liberato le strade e annunciato la fine dello sciopero (Il Post). Non sono mancate le tensioni, con gomme forate e un tir colpito da pietre lanciate da un cavalcavia (Il Fatto Quotidiano).

Le misure straordinarie della Regione Puglia

La prima risposta istituzionale è arrivata il 14 ottobre, davanti alla piazza di Coldiretti. L’assessore regionale all’Agricoltura Francesco Paolicelli ha annunciato 30 milioni di euro: dieci per abbattere il costo del carburante agricolo, 20 per sostenere le filiere produttive (L’Immediato).

Per Coldiretti Puglia, che chiede anche un tavolo stabile con la grande distribuzione sui prezzi riconosciuti ai produttori, è un primo passo ma ancora insufficiente (Sbircia la notizia).

Due giorni prima Paolicelli aveva convocato un tavolo della filiera olivicolo-olearia con l’Associazione bancaria italiana, per affrontare il nodo della liquidità di frantoi e aziende (BariToday). Sul fronte dei controlli, l’Asl di Bari ha annunciato sopralluoghi su tutto il territorio per verificare l’origine dell’olio venduto (Il Post).

Qualcosa si muove anche a Roma. La Conferenza Stato-Regioni ha dato il via libera alla bolla elettronica e alle nuove regole sulla tracciabilità dell’olio, pensate per fermare frodi e miscele sospette (Widenews).

Orgoglio Olivicolo parla di un primo passo avanti, ma conferma la mobilitazione e chiede risorse immediate, un tavolo europeo sulle importazioni dai Paesi terzi e regole più severe contro le vendite sottocosto nella grande distribuzione (AndriaLive).

Restano aperte le altre richieste della sua piattaforma in dieci punti: il riconoscimento dello stato di crisi, già chiesto formalmente dalla Regione Puglia (Distribuzione Moderna), un piano nazionale di controlli antifrode e misure di ritiro e stoccaggio del nuovo olio.

 

Le voci di chi produce

«Sono trent’anni che gli agricoltori cercano di far sentire la propria voce» racconta Giancarlo Ceci, imprenditore dell’omonima azienda di Andria (BT). «Negli anni Novanta ho partecipato personalmente alle serrate che coinvolsero anche i commercianti, ma anche in quel caso non ci fu alcuna soluzione permanente.

Quindi sono un po’ scettico sul fenomeno di protesta attuale. Penso che i problemi del mercato agroalimentare siano una conseguenza della globalizzazione che appiattisce i mercati. Il nostro olio compete con tutti gli oli, anche di buona qualità, prodotti nel mondo. Io mi difendo cercando di qualificare il prodotto, innalzando il valore del marchio e cercando di marginalizzare su un prodotto finito, cosa che chi lavora la terra senza uno sbocco diretto sul mercato non sempre può fare».

Le olive, però, non aspettano ricette o tavoli istituzionali. Nelle prossime settimane cadranno comunque, e si capirà se la campagna 2026-27 sarà quella della ripartenza o quella in cui una parte degli uliveti pugliesi resterà senza raccolta.

Perché quei trattori in strada sono importanti per tutti noi

Chi in questi giorni ha fatto la fila davanti a un distributore a secco ha già visto, in piccolo, che cosa succede quando chi produce e chi trasporta si ferma. Ma la posta in gioco va oltre una settimana di disagi. All’origine il prezzo dell’olio si è dimezzato, mentre sugli scaffali della grande distribuzione l’extravergine di filiera italiana è rimasto quasi allo stesso prezzo (Distribuzione Moderna), e quella distanza non finisce in tasca a chi coltiva.

Quel mancato reddito, per persone alle prese con l’aumento dei costi di produzione, si traduce in un paio di scarpe in meno per un bambino, un giocattolo che rimane sullo scaffale, una visita specialistica di prevenzione rimandata. Se le olive restano sugli alberi, a perdere non saranno soltanto le aziende agricole.

Perduta sarà anche la possibilità di trovare in bottiglia un olio pugliese tracciabile, fatto da qualcuno che ha un nome e un uliveto, nel rispetto dei criteri fitosanitari che garantiscono la salubrità del prodotto. Difendere quel prezzo oggi significa difendere ciò che domani avremo nel piatto, ma anche la tenuta dell’intero tessuto socioeconomico delle nostre comunità, che nell’agricoltura hanno la loro radice più preziosa.

Studenti in protesta a Corato al fianco di agricoltori e autotrasportatori
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