Uva da tavola di Puglia, il viaggio tra le varietà che raccontano un territorio

Dalle terre di Noicattaro, Rutigliano e Mola di Bari, le varietà che rendono la Puglia la prima regione italiana per l’uva da tavola

Sotto i tendoni del sud-est barese, tra Noicattaro, Rutigliano e Mola di Bari, la fine di luglio vede i primi grappoli di Victoria e Michele Palieri lasciare i filari assolati, diretti verso i mercati del Nord Europa. Quest’anno il rito ha avuto una cornice più ampia del solito.

Dal 23 al 25 luglio Noicattaro ha ospitato la quarta edizione di Regina di Puglia, l’appuntamento che riunisce produttori e operatori commerciali internazionali attorno all’uva da tavola pugliese, con delegazioni arrivate da nove paesi, tra cui Germania, Polonia, Svezia ed Emirati Arabi Uniti. Nello stesso periodo il disciplinare dell’Indicazione Geografica Protetta Uva di Puglia è stato sottoposto a una modifica che allarga la base varietale tutelata, includendo per la prima volta le cultivar apirene ottenute dalla ricerca italiana.

Due segnali che raccontano bene lo stato di un comparto che resta, dopo mele e kiwi, il terzo prodotto frutticolo più esportato del Paese. Ma quante varietà di uva da tavola è possibile assaggiare in Puglia? Abbiamo fatto un censimento.

Le varietà di uva da tavola tutelate dall’IGP Uva di Puglia

Il disciplinare riconosce cinque varietà: Italia, Regina, Victoria, Michele Palieri e Red Globe. Ognuna risponde a parametri precisi di calibro e concentrazione zuccherina: gli acini devono raggiungere i 21-22 millimetri a seconda della varietà, e il grado zuccherino minimo è di 14° Brix per Italia, Regina e Red Globe, contro i 13° Brix richiesti per Victoria e Michele Palieri.

Anche il calendario di raccolta è scandito con precisione: la Victoria apre la stagione nella seconda decade di luglio, seguita a pochi giorni di distanza dalla Michele Palieri, mentre Italia, Regina e Red Globe maturano a partire dalla terza decade di agosto.

Tuttavia, sappiamo che ormai ogni scansione temporale agricola è del tutto relativa, visto che il cambiamento climatico sta spingendo la vite quasi a due vendemmie all’anno. La zona di produzione riconosciuta si estende, sotto i 330 metri sul livello del mare, tra le province di Bari, Brindisi, Taranto, Foggia e l’intero Salento.

Le terre dell’uva, dal sud-est barese al Tavoliere

La coltivazione dell’uva da tavola è arrivata nelle campagne pugliesi negli anni Sessanta del secolo scorso, quando l’introduzione delle varietà Regina e Mennavacca ha trasformato una produzione fino ad allora familiare in una vera specializzazione commerciale.

Il cuore produttivo resta il triangolo formato da Noicattaro, Rutigliano e Mola di Bari, le cosiddette Terre dell’Uva, a cui si affiancano Adelfia, Conversano e Triggiano: da sole, queste aree generano oltre il 70 per cento della produzione regionale. La Puglia, con circa 35.000 ettari coltivati tra le province di Bari, Taranto, Foggia e l’area di Barletta-Andria-Trani, resta la prima regione italiana per l’uva da tavola e, insieme alla Sicilia, copre da sola oltre il 90 per cento del raccolto nazionale.

Ovunque si coltiva con lo stesso sistema, il tendone pugliese, un’impalcatura orizzontale che protegge i grappoli e ne facilita la raccolta, integrata da irrigazione a goccia, diradamento dei grappoli e acinellatura, l’eliminazione manuale degli acini meno sviluppati.

Italia, Regina e le altre varietà a bacca intera

Tra le varietà con semi, Italia resta la più diffusa e la più identificata con l’uva da tavola italiana: acino grande, buccia giallo-verde spessa e polpa succosa con un accenno di moscato.

La Regina, a bacca bianca e dorata a piena maturazione, ha una storia più antica: la tradizione ne colloca l’introduzione in epoca romana, quando sarebbe stata portata in Italia dalla Siria. Nel tempo ha accumulato una quantità di nomi locali che ne segnala la diffusione capillare, tra cui Pergolone, Mennavacca bianca, Pizzutella e Galletta, e ad Adelfia le è dedicata ogni settembre una festa popolare.

Accanto a queste, la Victoria porta acini grossi e sodi color giallo carico ed è la prima a maturare, mentre la Michele Palieri, a bacca nera, si distingue per la buona resistenza al trasporto. Più marginali ma presenti nella tradizione pugliese sono la Cardinal, a bacca rosso scura, e la Baresana, varietà antica dell’entroterra barese a buccia sottilissima, oggi coltivata soprattutto per l’appassimento.

L’uva senza semi conquista i filari

Negli ultimi anni la superficie coltivata a varietà apirene è cresciuta con decisione, superando i 7.500 ettari regionali. Crimson resta la più diffusa, seguita da Sugraone e Black Magic; tra le varietà nere senza semi si è affermata anche l’Autumn Royal, a maturazione tardiva, acino grande e nota moscata, coltivata tra l’altro nell’area di Conversano.

La domanda va nella stessa direzione: nel 2025 i consumi di uva da tavola sono cresciuti del 14 per cento su base annua, trainati soprattutto dalle famiglie con bambini, che nello stesso periodo hanno aumentato gli acquisti del 35 per cento rispetto al 2023. È in questo contesto che si inserisce la modifica al disciplinare dell’IGP Uva di Puglia discussa nel 2026, pensata per includere le nuove cultivar apirene selezionate dalla ricerca italiana e rendere la tutela coerente con i gusti del mercato.

Un comparto che guarda già alla prossima vendemmia

Nel 2025 le esportazioni italiane di uva da tavola hanno superato le 437.000 tonnellate, con una crescita del 16 per cento sull’anno precedente e un valore vicino ai 973 milioni di euro, diretto per oltre il 90 per cento verso i mercati europei, Germania e Polonia in testa.

Per la Puglia, che di quel volume produce la parte più consistente, la sfida dei prossimi anni si gioca sul doppio binario tracciato quest’estate a Noicattaro: da un lato consolidare il valore delle varietà storiche protette dall’IGP, dall’altro accompagnare l’ascesa delle cultivar senza semi senza perdere l’identità di un prodotto che, tra i filari del sud-est barese, si coltiva allo stesso modo da oltre 60 anni.

 

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