Berton a Taranto e quella strana abitudine di non fidarci di noi stessi

Alla cena di gala dei Giochi del Mediterraneo Taranto 2026, la cucina pugliese è rimasta fuori dal tavolo. Ma perché nessun grande chef pugliese sedeva al suo fianco, quella sera?

Partiamo da un paradosso, giacché la realtà spesso supera la fantasia.

Immaginiamo che al posto di Taranto ci sia Milano. Vigilia della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina: trecento ospiti, istituzioni, delegazioni internazionali, sindaci, scrocconi e parvenu. E immaginiamo che, per la cena di gala, qualcuno decida di affidare i fornelli ad un cuoco pugliese. Facciamo il nome di Domingo Schingaro, va’. Bravo, stellato, ottimo nel coordinare maxi-cene di caratura globale, tutto perfetto, no?

“E come può un pugliese, anzi, peggio, un barese, aprire le danze di Milano-Cortina?” Si domanderebbero folle indignate di Lombardo-Veneti, facendo dell’accaduto un caso mediatico. E, dopo qualche giorno, immancabilmente spunterebbe qualche populista in cerca di voti facili a presentare un’interrogazione parlamentare. Sicuro.

Si scherza, eh (insomma). Mi dilungo in paradossi e pochade perché, ciò che è successo nella realtà, già lo sapete. Breve sinossi per i più disattenti: alla vigilia dell’apertura dei Giochi del Mediterraneo Taranto 2026, la cena di gala al Castello Aragonese, per circa trecento super ospiti, è stata affidata ad Andrea Berton, chef milanese, una stella Michelin.

Ora, è bene chiarirlo subito, la domanda da porre non è se Berton sia bravo. Lo è, è un grande uomo e professionista, sarebbe ridicolo sostenere il contrario.

Le vere domande sono altre: perché un territorio con una delle cucine più riconoscibili, ricche e profonde d’Italia non viene considerato capace di rappresentare se stesso nelle occasioni che contano davvero? E ancora: perché, per raccontare Taranto e la Puglia attraverso la cucina, abbiamo sentito il bisogno di chiamare soltanto Berton, senza affiancargli qualcuno dei nostri eccellenti professionisti “a km0”?

La gastronomia d’eccellenza non vive soltanto di prodotti d’eccellenza. L’invidiabile paniere di meraviglie che il tacco d’Italia offre come poche altre regioni, non si esaurisce nelle grandiose materie prime: ha menti capaci di interpretarle e raccontarle, e mani esperte nel trasformarle e valorizzarle. Accanto a Berton, dunque, avrebbero potuto esserci i nostri grandi chef blasonati, magari assieme a qualche cuoco leggendario da trattoria, ai partigiani della cucina tipica. Non di certo per posizionare la Puglia contro Milano ed il resto del mondo, ma per farli incontrare.

Lungi da noi, infatti, scatenare ridicole guerre sociali Nord-Sud, facendo passare il concetto de: “prima i nostri”. Anche perché i Giochi si tengono proprio in Puglia, a Taranto, perla della Magna Grecia, terra che praticamente ha forgiato il concetto di ospitalità.

La cena dei Giochi del Mediterraneo e la domanda scomoda

Il giorno dopo, inevitabilmente, la questione è diventata polemica. Non tanto per le minacce di comunicati delle associazioni di categoria, in grado secondo le intenzioni di far tremare i palazzi del potere (spoiler: per una cena non trema nessuno) e allora torniamo alla nostra provocazione: a parti invertite, un grande evento milanese avrebbe affidato a uno chef pugliese il compito di rappresentare la cucina lombarda?

La Puglia gastronomica è straordinaria, ma qualche volta è prigioniera della propria ricchezza. Abbiamo cuochi tenaci, orgogliosi, testardi: partigiani del gusto, difensori della materia prima, custodi di gesti antichi. È un patrimonio da tutelare. Specie da preservare come i panda del WWF. Ma questo dover costantemente proteggersi, e rintanarsi, come i panda, può diventare anche una gabbia.

Difendere la tradizione non significa imbalsamarla. Amare la propria terra non significa rifiutare il mondo.

A volte i nostri cuochi tendono a chiudersi, a diffidare come prima reazione, a non internazionalizzarsi abbastanza, a non costruire quella rete di relazioni che permette a una cucina di uscire dal proprio territorio senza perdere l’anima.

E allora accade il paradosso: abbiamo materia prima, storia, paesaggio, cuochi e racconto, ma quando arriva la grande occasione cerchiamo fuori qualcuno che certifichi che tutto questo vale.

È una forma di insicurezza. Quasi una sudditanza.

E qualche volta ha il sapore antico di una sudditanza coloniale: per sentirci autorevoli abbiamo bisogno che sia qualcun altro, possibilmente già autorevole altrove, a dirci che lo siamo.

Ma non si può piangere soltanto adesso.

Se oggi ci accorgiamo che a quella cena mancava una rappresentanza adeguata della cucina pugliese, dobbiamo anche chiederci dove fossero, prima, associazioni di categoria, rappresentanti della ristorazione e organismi della gastronomia regionale. Gli anni per proporsi, costruire relazioni, avanzare candidature e dire con forza che la Puglia aveva cuochi e produttori capaci di rappresentarla non sono mancati.

La porta forse non era spalancata. Ma neppure era necessariamente chiusa a chiave.

È troppo facile indignarsi quando la cena è già servita e il nome dello chef è sui giornali. La vera battaglia si combatte prima, quando c’è ancora tempo per sedersi a un tavolo e dire: attenzione, qui c’è un patrimonio che deve essere rappresentato.

L’ospite non è il problema, siamo noi

L’ospite non è il problema.

Gli chef venuti da fuori li voglio. Eccome.

Vogliamo che Berton venga in Puglia. Voglio che un grande cuoco milanese, romano, piemontese, siciliano, francese o giapponese venga a misurarsi con le nostre cozze, il nostro olio, il nostro grano, il nostro mare.

La cucina, quando è vera, non costruisce muri. Li abbatte.

Il problema non è l’ospite. È quando l’ospite sostituisce il padrone di casa.

Avremmo voluto vedere Berton accanto a Schingaro, Sabatelli o Sgarra , o a uno dei tanti cuochi pugliesi che negli ultimi vent’anni hanno trasformato la cucina regionale in un linguaggio contemporaneo.

Avremmo voluto contaminazione, non sostituzione.

Perché i Giochi del Mediterraneo potevano essere proprio questo: un cuoco lombardo e uno pugliese, un produttore di olio e un mitilicoltore tarantino, un pescatore e un panificatore, competenze diverse intorno allo stesso tavolo.

Quello sì sarebbe stato un messaggio internazionale. Non una cartolina della Puglia.

Perché troppo spesso nelle grandi manifestazioni accade altro: arrivano le luci, gli ospiti, i comunicati, le fotografie.

Poi le luci si spengono.

E ognuno torna “alla casa”.

E a noi resta la sensazione malinconica di aver perso l’ennesima occasione per acquisire consapevolezza dei nostri tesori e, insieme, di noi stessi.

È questo che dovrebbe farci arrabbiare.

E Berton?

Andrea Berton, in tutto questo, è probabilmente il meno colpevole. Ha fatto il suo mestiere, ha accettato un incarico e ha portato la propria cifra dentro una serata istituzionale.

La questione riguarda chi decide come raccontare un territorio. E, soprattutto, quale idea abbiamo di noi stessi.

Il peso degli sponsor

C’è poi un dettaglio che merita attenzione: l’olio Pujje compare nel menu di Berton sia nel risotto sia nel piatto di merluzzo. Pujje è inoltre protagonista della promozione gastronomica collegata ai Giochi, con masterclass dedicate all’olio pugliese, alla cucina mediterranea e alle contaminazioni.

Da qui nasce una domanda, che va posta senza insinuazioni: quanto ha pesato lo sponsor nella scelta dello chef e nella costruzione della cena?

Se, come è stato riferito, fosse stato effettivamente il partner dell’olio a commissionare direttamente a Berton la partecipazione alla cena, la questione assumerebbe un significato diverso.

Non scandaloso in sé: gli sponsor finanziano, sostengono, promuovono. Ma sarebbe doveroso dirlo.

Perché una cosa è una cena istituzionale costruita dagli organizzatori dei Giochi con una precisa strategia gastronomica. Un’altra è una cena nella quale un partner commerciale sceglie lo chef e il proprio prodotto diventa parte centrale del racconto.

Sono due modelli diversi.

E la trasparenza, in gastronomia come in politica, non rovina lo spettacolo.

Lo rende credibile.

Alla fine, non è una guerra a Berton, a Milano o agli sponsor. È una questione più sottile: quando avremo abbastanza fiducia nella nostra cucina da invitare il mondo a raccontarla insieme a noi, invece di chiedere al mondo di raccontarla al posto nostro?

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