Tra i dati Uiv e Nomisma sul calo dei consumi e la voglia di qualità delle nuove generazioni, la Puglia scopre un ruolo nuovo, oltre i grandi rossi
Bere meno, capire di più: è la nuova regola del vino. Nei calici dei più giovani si respira un altro modo di stare col vino: meno quantità, più domande, cosa c’è dietro un’etichetta, quale storia racconta un territorio, perché una cantina ha fatto proprio quella scelta. È un cambiamento che si respira nelle manifestazioni dedicate al vino, dove i banchi d’assaggio sono diventati, prima ancora che un luogo di degustazione, un luogo di ascolto.
I numeri sembrano raccontare oggi una storia diversa rispetto a quella degli anni precedenti. Secondo il rapporto 2025 dell’Unione Italiana Vini (UIV): «i giovani spendono volentieri per bottiglie di qualità superiore (super-premium), ma mostrano meno fedeltà ai brand tradizionali ed il consumo mondiale è al livello più basso registrato da oltre sessant’anni».
Inoltre, Unione Italiana Vini, Assoenologi e ISMEA hanno presentato a Roma le stime ufficiali della vendemmia 2025: una produzione stimata di 47,4 milioni di ettolitri (+8% sul 2024) e un’ottima qualità delle uve, grazie all’equilibrio climatico primaverile.
Ebbene, ciò nonostante, l’Italia, al pari degli altri principali paesi europei, registra una flessione dei consumi. Un dato che potrebbe far pensare a un progressivo allontanamento dal vino.
Eppure, rispetto a quest’ultima considerazione, frequentando le manifestazioni dedicate al mondo del vino, l’impressione raccolta è, viceversa, incoraggiante e completamente diversa.
Ai banchi d’assaggio, in questi mesi, si è scelto di soffermarsi più a lungo del solito. Non per degustare subito, ma per ascoltare.
I giovani e il nuovo modo di vivere il vino
Tanti giovani aspettano il proprio turno per parlare con un produttore o con un sommelier. Fanno domande sul vitigno, sul territorio, sulla storia di questa o quella cantina. Vogliono capire il perché di una scelta in vigneto o di un metodo di vinificazione. Solo dopo arriva il momento dell’assaggio.
È lì che si coglie qualcosa di nuovo e di diverso: forse i giovani non stanno allontanandosi dal vino. Semplicemente lo stanno vivendo in modo diverso.
Le analisi di Nomisma Wine Monitor vanno nella stessa direzione: oggi il consumatore ricerca qualità prima della quantità, è attento alla sostenibilità, all’origine del prodotto e preferisce vini con una gradazione alcolica più contenuta. In poche parole, si beve meno, ma con maggiore consapevolezza.
Nei calici dei ragazzi si ritrova piena conferma di questa tendenza. Bianchi, rosati, spumanti, vini freschi e immediati, ma senza rinunciare alla qualità. Grande attenzione anche al rapporto qualità-prezzo, perché il vino deve essere accessibile, capace di accompagnare una serata tra amici senza perdere il suo valore.
Un altro aspetto che colpisce è la curiosità.
Non esiste più il confine tra il vino di casa e quello che arriva dall’estero. I giovani degustano un rosato pugliese e subito dopo chiedono informazioni su un bianco tedesco, un rosso francese o uno spumante sloveno. Non lo fanno per seguire una moda, ma perché vogliono conoscere. È una generazione aperta al confronto, che considera il vino un linguaggio universale, una generazione, per così dire, Erasmus.
La Puglia oltre i grandi rossi
È molto interessante, a questo proposito, la riflessione del sommelier Fabrizio De Palo secondo il quale molti italiani cercano nei vini esteri maggiore freschezza, bevibilità e gradazioni alcoliche più contenute, mentre gli stranieri continuano ad amare i vini pugliesi per la loro struttura e per quella forte identità che li rende riconoscibili nel mondo. Allo stesso tempo, osserva con favore il ritorno a un rosato autenticamente pugliese, meno influenzato dalle mode e sempre più fedele alla propria storia.
Ed è proprio qui che la Puglia può giocare una partita importante.
Per anni la regione è stata identificata quasi esclusivamente con i grandi vini rossi. Oggi, invece, il territorio sta dimostrando di saper interpretare il cambiamento senza perdere la propria identità. I bianchi crescono in qualità, i rosati stanno vivendo una stagione straordinaria e le aziende raccontano sempre meglio il legame tra vino, paesaggio e cultura.
Il futuro del vino passerà anche da qui.
Dalla capacità di raccontarsi rispettando appieno cultura, storia e tradizione.
Perché il vino non è soltanto ciò che troviamo dentro una bottiglia. È il volto di un produttore, il lavoro di una famiglia, il profumo di una vendemmia, il carattere di un territorio.
I giovani questo lo hanno capito.
Non è affatto vero (o, quanto meno, non lo è più) che i giovani siano superficiali nell’approccio al mondo del vino, che bevano senza consapevolezza e quasi senza voler comprendere appieno il senso di quel gesto.
Oggi, prima di assaggiare vogliono ascoltare.
Prima di acquistare vogliono conoscere.
Prima di giudicare vogliono emozionarsi.
E forse è proprio questa la notizia più bella, che trova riscontro nel modo in cui i giovani scelgono di comunicare le proprie emozioni, ad esempio attraverso i reel, con immediatezza e spontaneità: un linguaggio che non concede correzioni o infingimenti. Ciò che si prova in quel momento, e che si trasmette in tempo reale, non ammette ritocchi: rappresenta esattamente ciò che il racconto ha trasmesso e ciò che il calice ha fatto provare.
Un’anima che si rinnova
Il vino cambia insieme alle persone, ma continua a fare quello che ha sempre fatto: mettere attorno allo stesso tavolo storie, culture e generazioni diverse. Finché ci sarà qualcuno disposto ad ascoltare il racconto che si nasconde dietro un calice, il vino non perderà mai la sua anima. Anzi, continuerà a rinnovarla, vendemmia dopo vendemmia.
In fondo, il calo dei consumi può rappresentare una semplice fase di assestamento dopo un boom forse incontrollato.
E la strada per uscire dall’eventuale cul de sac rimane una sola: a fronte di una produzione di prim’ordine e di qualità eccellente, ma di una diminuzione dei consumi, la via d’uscita è rappresentata dalla necessità di migliorare le capacità di esportazione.
In ogni caso, vale sempre la pena di ricordare l’insegnamento di Aristotele, secondo cui: «Ciò che si perde in ampiezza si guadagna in profondità».

