Anguria, storia di un frutto “divino” e dei suoi riti da spiaggia

Dalle tombe egizie a tutta la ricca nomenclatura pugliese, passando per un ricordo balneare che ci ricorda buone pratiche e gustose nostalgie

C’era un tempo in cui l’anguria — o il cocomero, a seconda di dove si nasce — era già un rito di stagione, molto prima di diventare un frutto come tutti gli altri.

Mattina presto, con lo stuolo di garruli fanciulli, anziane signore e giovani virgulti dall’ormone prorompente, sulla spiaggia si stagliava la figura del Maschio Alfa: con la sinistra impugnava la maniglia di un frigorifero pieno di bibite e ghiaccio, e con la destra reggeva sulla spalla un cocomero di peso debito, di norma una quindicina di chili.

Posato l’impedimento nelle zone di sosta ombrellonate, con cura si recava sulla battigia, scavava la sabbia e posava il prezioso frutto: fissato per metà nella sabbia bagnata e per metà soggetto allo sciabordio delle piccole onde.

Quando arrivava il momento, le grandi fette dolci e fresche venivano condivise da tutti, che potevano così onorare il rito del cocomero sulla spiaggia. A San Lorenzo o a Ferragosto, tutto è particolarmente più intenso.

I pezzi di cocomero nel contenitore di plastica sono buoni ugualmente, ma la poesia che raccontano sembra scritta da un’intelligenza artificiale: magari ha le rime giuste, ma non pizzica il cuore e, soprattutto, non regala il piacere di “grattare” la parte bianca interna e assaporarne il sapore.

Il 3 agosto il mondo intero festeggia la Giornata Mondiale dell’Anguria, una ricorrenza arrivata da oltreoceano ma che in Puglia, in fondo, non ha fatto che offrire l’occasione per ricordare un’abitudine antica e spingere gli amanti del cocomero a scoprire la ricca biodiversità legata a questo frutto.

Le origini del frutto

Il Citrullus lanatus non è nato come noi lo conosciamo. In origine aveva la scorza chiara e la polpa dura, amara e insipida. Originario dell’Africa Nord-Orientale, era apprezzato perché fungeva da “borraccia”, poiché conteneva tantissima acqua.

Ne abbiamo testimonianza fisica: nelle tombe egizie veniva impilato come scorta d’acqua per l’aldilà. Di certo, oltre 5.000 anni fa.

Poi la selezione agricola e gli incroci fecero il resto: già nel II secolo a.C. è un frutto dolce e succoso, importante quanto la melagrana nella letteratura ebraica, e nel I secolo d.C. ne descrive la bontà Plinio il Vecchio.

Le origini dei nomi

Incroci di popoli e di alimenti: per due vie diverse, il Citrullus lanatus si diffonde in tutta Italia. Per via greco-bizantina, attraverso l’esarcato di Ravenna, arriva con il nome di ἀνγούριον (angourion).

Attraverso il moresco-ispanico giunge invece nella zona dell’Italia Centrale e diventa cucumis (nelle Marche: cucumbra).

E così abbiamo due nomi: cocomero e anguria. Solo per la precisione va detto che angourion è in realtà il cetriolo, una specie diversa dal Citrullus lanatus: a rigore dovremmo chiamarlo cocomero, ma la lingua è cosa viva e segue la sua strada.

Per la verità, nella bibliografia storica (Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, 1878) il nome è ancora Melone di acqua, e in una delle zone più vocate della Puglia serba l’appellativo di Sarginiscu o Sargeniscu, di provenienza saracena.

L’evoluzione moderna

Un tempo riservata alle caste di fascia alta, intorno al XVII secolo l’anguria si diffonde dapprima in terra emiliana (l’Anguria Reggiana IGP è tutt’oggi l’unica anguria a marchio IGP in Europa) e poi, nel secondo dopoguerra, con l’arrivo degli ibridi americani, diventa fortemente popolare.

E assume forme sempre più varie, sia all’esterno che all’interno: ovale o rotonda, a buccia verde striata chiara o scura e più o meno lucida, con varietà dalla scorza nera e, perfino, una che si conserva anche per l’inverno.

L’anguria è uno degli indicatori della dimensione dei gruppi sociali: quando le famiglie erano numerose, la gara era ad avere il peponide più grande, con frutti che potevano raggiungere i 20 kg e mai meno di 10. Adesso si sono selezionate varietà di piccole dimensioni, per single o coppie, variando il colore della polpa e perfino apirene.

Il cocomero in Puglia

Perché, in estate, niente è più dissetante di una fetta di anguria pugliese.

Puglia, Lazio, Sicilia e Campania sono tra le regioni che ne producono di più in pieno campo. Paradossalmente, delle angurie pugliesi si ha pochissima letteratura moderna, spesso legata solo a episodi dolorosi di sfruttamento nelle campagne. Forse per questo il frutto non ha più l’appeal di una volta.

Eppure in Puglia ci sono tipicità straordinarie: a Torremaggiore c’è l’anguria nera; a Margherita di Savoia due varietà antiche recuperate dal CNR-IBBR: la Vrnin, a polpa gialla e dal pericarpo così duro da essere mangiata d’inverno come una sorta di crudités, e una a polpa rossa dal pericarpo più chiaro; a Ostuni la Cicinedda; a Brindisi la Scorza Nera.

Le angurie di Nardò erano un tempo rinomate quanto quelle di Brindisi: oggi, o scompaiono dalla produzione, o scompaiono dalla comunicazione.

Nostalgie

Le angurie non erano solo le protagoniste delle spiagge. Un tempo c’erano i chioschi del cocomero, praticamente ovunque. Adesso non usano più, ma un tempo capitava di incontrarsi a consumarne una fetta per strada, facendo socialità nella condivisione di un cibo che nutre bene il corpo, ma può nutrire bene anche l’anima.

Ci sia permesso chiudere con un piccolo suggerimento. Se fa caldo e non c’è acqua o frescura, basta aprire l’anguria e lasciarla al sole una ventina di minuti: si rinfresca e accarezza la gola più secca, lenendone l’asprezza. Sulle ragioni per cui questo accada, ne parleremo un’altra volta.

P.S. Ricordatevi di non abbandonare le bucce.

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