Non solo un’operazione commerciale, ma un omaggio al territorio: le bottiglie più curiose
Come ogni 13 giugno torna puntuale il World Gin Day ed è ora di celebrarlo come si conviene anche in Puglia. La giornata creata dallo scozzese Neil Huston profuma di ginepro e botaniche, e lascia spazio a qualche curiosità che vogliamo svelare sul tanto amato protagonista degli aperitivi in riva al mare. C’è chi dice che il distillato sia nato in Inghilterra, altri invece affermano che sia nato come medicamento presso la Scuola Medica Salernitana, approdando in seguito in Olanda come genever. Che il gin possa farci dimenticare per qualche ora i nostri dolori fisici e soprattutto esistenziali non è un mistero. In Puglia, però, il gin diventa un altro modo per celebrare il territorio, declinandosi in maniere più o meno fantasiose e gustose. Da bere liscio come veri duri o goderselo miscelato, il gin sta diventando quasi uno stile di vita. E chi siamo noi per dire di no? Per non farci trovare impreparati al bancone, ecco qualche piccolo consiglio sui gin made in Puglia. Dai Compound ai London Dry – con qualche bella sorpresa – ecco le referenze da non perdersi.
DNA veneto e spirito pugliese
Angelo Panegos si presenta così per raccontare perché dal Veneto si sia trovato a Trinitapoli. La sua voglia di distillare è stato quasi un processo venuto naturale poiché le origini non mentono. E se a questo si unisce un’esperienza maturata dietro i banconi dei bar, il gin è il naturale risultato. Nasce così la sua distilleria Panegos, che diventa famosa per il suo Disonesto. Il nomignolo che sua nonna gli ha dato sin dall’infanzia è ora un marchio di qualità nelle declinazioni Navy Strength e London Dry. Per Angelo è importante mantenere un gusto pulito e lineare nel gin, proprio per garantire un risultato perfetto in miscelazione, mentre liscio è una sorpresa per i palati raffinati. Disonesto, a lungo andare, è diventato un invito a sedersi e a godersi in gin in stile tradizionale.

Il gin all’olio d’oliva
Si chiamano Ettore, Pellegrino e Valentina, sono loro che hanno inventato il gin all’olio d’oliva e l’hanno chiamato Gin di Puglia. Il nome ambizioso nasce dopo un viaggio ispiratore attraverso la regione. Riempiendosi gli occhi di luce e di bellezza, questo gin vuole essere una dedica territoriale. Le botaniche tradizionali come ginepro e coriandolo, si arricchiscono di sentori mediterranei come liquirizia e foglie d’ulivo che vanno in infusione. L’olio extravergine ci arriva poi, durante la seconda distillazione, per dare al gin quel brio che solo un goccio di olio sa dare. Si beve bene tanto miscelato quanto liscio, ed è un perfetto compagno per raccontare le proprie radici.

Mediterraneo come il mare
Muma nasce con la promessa di raccontare la Puglia attraverso le sue bellezze architettoniche e naturali. L’ispirazione è data dai profumi che dal Gargano al Salento inebriano le tavole e l’aria. Agrumi come arancia e limone, si mescolano con le classiche botaniche di un gin tradizionale. A dare quel tocco di vita in più è il mare e la sua acqua. Il gin risulta quindi, maggiormente caratterizzato dalla salinità che garantisce alla miscelazione un tocco unico. Muma diventerà il giusto compagno per gli aperitivi in riva al mare.

Arte e gin
Si chiama J.Rose e il nome può evocare quello spirito internazionale che il gin porta con sé. Invece no, questo distillato nasce a Minervino di Lecce, nel cuore del Salento. Il progetto è firmato Dario Roselli che mescola arte, design, artigianato, al mondo ai distillati. Come London Dry, promette di non tradire il gusto dell’anima nobile che si porta dietro la categoria, ma senza risultare per questo anonima. Bergamotto, angelica, cardamomo, coriandolo, corteccia di quercia, fiori di fico d’india, maca peruviana e bucce di mandarino, questi sono alcuni tratti caratteristici della bevuta. Il packaging è perfetto per imperare anche a tavola poiché si avvale di etichette che omaggiano i maestri come Milo Manara e altri artisti, senza dimenticare tutta l’energia materica e i colori che evocano la pietra leccese. Il gin è un ponte ideale tra i due mondi: l’arte e la mixology.

Un gin bruschetta
Il gin sta bene con il pane e pomodoro, ma un gin che se lo porta dentro non può esistere. E invece no, c’è e si chiama Gin Brusco. L’originale compound unisce le classiche botaniche con l’iconica bruschetta pugliese che nasce dall’infuso di pane di Altamura, pomodori secchi, foglia d’ulivo e ginepro, con un tocco di origano che non guasta. Il risultato è un distillato rustico ma raffinato. Nato per essere condiviso e per celebrare le merende di una volta in cui la convivialità e la mediterraneità sanno ancora stupire.

Il gin deve andare dentro alla cozza
Per chi è pugliese doc la cozza è solo tarantina. Il presidio Slow Food, a cui tutti sono affezionati e a cui è dedicato persino un festival, finisce nel gin di Francesco Vitti e Giordano Guarini. Più che un distillato è un vero e proprio esperimento gastronomico nato dopo due anni di dura ricerca e segue solo i ritmi stagionali, in cui si unisce l’acqua marina e l’essenza della cozza, diventando un tutt’uno con ginepro e cardamomo, limone e prezzemolo. A completare il quadro, un ingrediente segreto che aggiunge una sfumatura briosa e intrigante. Riusciremo a scoprirlo o ci accontenteremo di gustarlo con un aperitivo con crudo di mare?



