L’Orto Botanico, un angolo di Oriente da Bari direzione Taranto

Lombok, Bari. Un angolo di Estremo Oriente lungo la statale 100. Anzi, per l’esattezza, lungo la complanare, direzione Taranto. È qui che sorge l’Orto Botanico, un piccolo eden a pochi chilometri dalla città.

È qui che Ferdinando Valenzano, poco più di vent’anni fa, ha trasformato un pezzo di terra con sporadici ulivi in un giardino lussureggiante e in una location dove il buon cibo ha trovato casa. Anzi: ha trovato un tetto. A forma di pagoda, ovviamente.

Perché tutto, al Giardino dei tempi, come è stato chiamato L’orto botanico, ricorda il lontano Oriente. E in particolare l’Indonesia. «Ma anche la Malesia. E l’Arabia Saudita – aggiunge Valenzano, 60 anni, originario di Rutigliano, patron di un’azienda multiforme -: tutti posti in cui sono stato spesso, fino a tre-quattro volte l’anno. Ci torno a novembre: stavolta ho fatto biglietti in classe business, così, dopo alcune rinunce, devo andarci per forza».

La passione porta il figlio di Marco, fondatore di una nota azienda florovivaistica, ad acquistare a Lombok o a Djakarta o a Kuala Lumpur, decine, centinaia di oggetti, di sculture grandi e piccole, di soprammobili, di lampadari, di tavoli (infiniti i tavoli, le panche e le sedie). E così Il Giardino dei Tempi diviene una sorta di museo a cielo aperto. «Diciamo che molta della nostra clientela s’affaccia attratta dal giardino e dalle bellezze di cui si può godere qui dentro», ammette Pasquale Campanella, direttore della struttura. Il quale poi spiega che l’orto è visitabile a pagamento dalle 9 all’una e dalle 15,30 alle 6. L’accesso ad una passeggiata rilassante e istruttiva al contempo, visto l’innumerevole varietà di specie floreali, molte delle quali esotiche, è motivo di immersione in un mondo fiabesco.

Intanto, Ferdinando sale a bordo del suo escavatore: «Mi piace mettermi alla guida di questo piccolo mostro – dice l’eccentrico e irrefrenabile proprietario della struttura, che dispone anche di otto stanze in bed & breakfast, della sala Maze e di due ambienti dette Pagode -: una volta avevo una Porsche, sarò anche un po’ strano, ma lavorare con queste leve mi dà le stesse emozioni».

A proposito di emozioni, torniamo nell’incanto del Far East: «Quel che mi ha colpito, viaggiando in mondi così diversi dal nostro, è il modo di affrontare l’esistenza. Completamente diverso dal nostro. In genere, l’indonesiano o il malese guardano alla vita con grande calma, con tranquillità. Attenzione, non è fatalismo, anche se penso che ve ne sia una buona dose. È che per loro le cose importanti sono altre. Certo, il raccolto, il lavoro, la famiglia, i figli, ma il senso della vita è pura filosofia. Noi siamo frenetici, abbiamo sempre fretta e magari non ne conosciamo il motivo; dobbiamo fare fare fare… e magari non sappiamo bene cosa».

La contaminazione – non poteva che essere così – è arrivata anche in cucina. Dove da tre anni lo chef è Massimo Iacoboni. Cinquantatre anni, ha lavorato un po’ ovunque, dall’Inghilterra a Miami, dalle Monacelle tra Monopoli e Alberobello al Doña Flor, sotto il Petruzzelli, a Bari. «Il patron è un tradizionalista quanto a gusti, ma se gli preparo la moussaka (una parmigiana in salsa ellenica, ndr) o meglio ancora il phat-thai (simile alla paella, ndr) o il pollo al curry, beh, allora diventa un uomo felice. Io e lui siamo, come si dice, due caldaie diverse ma che non si tingono. Ecco perché stiamo bene insieme. Quando poi allestiamo uno show-cooking con il padellone, allora è lui stesso a scendere in campo».

E quando sarà a Bali, il posto della felicità, Ferdinando Valenzano solo allora non rimpiangerà i piatti del suo chef.

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