Flavia Pennetta, i suoi 40 anni tra tennis e famiglia

Una vita trascorsa in giro per il mondo. Anche da piccolina. A caccia di un sogno: quello di essere una delle tenniste più affermate non solo in Italia. Un sogno diventato realtà. Dopo il trionfo nel 2015 agli U.S. Open la sofferta scelta di lasciare il tennis giocato. Sembra una vita fa: oggi Flavia Pennetta, orgoglio della Puglia 40 anni da pochi giorni, è una mamma radiosa, che si emoziona pensando al suo passato ed al futuro dei figli Federico, Farah e la piccola Flaminia, nata il 19 novembre scorso.

 Dopo aver raggiunto questo traguardo di vita, se Lei si guarda indietro che Flavia vede ?

Riguardandomi indietro vede una Flavia bambina. Poi mi rivedo in mia figlia Farah: guardando le foto ci assomigliamo tanto. Una bambina piena di desideri e sogni. Ed io ho lottato tanto per ottenerli e quindi guardando adesso a quella donna che sono diventata, sono molto fiera di tutto quello che ho fatto.

Dai campi del Cto di Brindisi al trionfo americano nell’estate del 2015. Poi l’uscita di scena dal tennis agonistico per dedicarsi ad altro, ad iniziare dalla famiglia. Rifarebbe ogni scelta?

Sì rifarei tutto quello che ho fatto, senza nessun problema, nonostante questo mi abbia privato di alcune cose soprattutto quando ero più piccolina. Non c’è nessuna scelta che non rifarei. Credo che ogni scelta, anche se poi è risultata sbagliata in alcuni frangenti, poi mi ha aiutato a diventare la persona che sono.

 

Per arrivare a certi livelli, ci saranno state tante rinunce. C’è una in particolare che ancora Le pesa?

Si sicuramente ho fatto delle rinunce, in particolar modo quando ero più piccola, perché ad esempio non c’erano molte feste. Mi sono persa quella che è la vita di una ragazzina di 14/15 anni. Però ripeto non mi è pesato. Ho sempre fatto questa vita. Il resto non so come sarebbe stato. Sicuramente con il tempo le mancanze sono state più verso la famiglia, rispetto ad altre cose, nel senso che da piccolina non mi rendevo conto, ero sempre entusiasta nel partire. Viaggiavo, stavo fuori tanto tempo. Se tornavo a Brindisi 1-2 volte l’anno era già tanto. Con il tempo crescendo ho avuto la necessità di tornare più spesso, perché ti rendi conto di come le cose cambiano. Quando torni a casa vedi magari i tuoi nonni invecchiare, perdi tanti istanti delle persone a cui vuoi più bene.

A casa con Fabio si parla spesso di tennis? Le capita anche di approfondire anche alcuni aspetti tecnici?

 

Assolutamente no. Parliamo lo stretto necessario. Capita di approfondire aspetti tecnici, ma il tennis non è nella quotidianità della nostra famiglia, soprattutto quando Fabio torna da tornei, e grosse trasferte. Ci dedichiamo più del tempo come marito e moglie e genitori, e non come tennisti. Ci può essere un momento di riepilogo della trasferta, ma poi finisce li.

Siamo in un momento storico del tennis italiano completamente diverso dal recente passato dominato dalle fantastiche quattro: Pennetta-Schiavone-Errani-Vinci. Oggi le attenzioni maggiori ed i risultati appartengono al tennis maschile: Berettini e Sinner nel singolo e Bolelli-Fognini soprattutto nel doppio. In che fase siamo oggi del tennis in rosa?

Si siamo in un momento del tennis italiano completamente diverso, rispetto a quando giocavamo noi, quindi 5-6 anni fa. Nel tennis maschile le cose stanno andando super-bene: questo è un dato di fatto, ed avremo grossissimi risultati. Secondo me da qui a 10 anni ne vedremo davvero delle belle dal punto di vista maschile. Per quanto riguarda il tennis femminile dobbiamo costruire una nuova generazione di giocatrici e di ragazzine. Non c’è mai stato un momento secondo me nel quale sia il tennis maschile che il tennis femminile fossero super alla stessa maniera. Anche quando noi, ad esempio io campionessa in un torneo del Grande Slam, Francesca Schiavone lo stesso, e Sara Errani finalista, in confronto ai maschietti eravamo un passo in avanti. Non che i maschietti non fossero all’altezza, al contrario. C’era Fabio (Fognini) nei primi 20 del mondo, stesso range per Andreas Seppi. Il problema era che non avevamo un Nadal, un Federer o un Djokovic. L’attuale momento è un po’ più marchiato dai maschietti che hanno un livello molto molto alto, invece le ragazze che sono un pelino indietro a quello che erano i maschietti quando giocavamo noi.

Le passeggiate sul lungomare di Brindisi, il relax della costa tra le spiagge del Salento, la tranquillità della campagna in Valle D’Itria. Oltre i suoi affetti più cari, cosa le manca più della Puglia?

Non ho grossa mancanza della Puglia in questo periodo perché ormai sono anni che fortunatamente riesco a passare tantissimo tempo nella mia regione. Amo la mia terra. Sono sempre stata legata alla mia terra, alle mie radici. Grazie a Dio ripeto ormai passo sei mesi l’anno e le grosse mancanze non ci sono più.

 In cucina, invece, a che piatto pugliese fa fatica a rinunciare? E si diletta a preparare qualche volta piatti della tradizione brindisina? 

In cucina sono una mangiona. Come è giusto che sia amo la cucina di mia madre e di mia nonna. Mi piace tantissimo la parmigiana di melanzane di mia mamma. Così come fave e cicoria. Sono cose che amo follemente. Sicuramente le radici rimangono sempre quelle. Se mi fanno un’orecchietta con il pomodoro ed il cacio-ricotta sono super contenta.

Puglia terra di mare, sole, di campioni sportivi, ma anche terra di accoglienza e fratellanza, come avvenuto in passato, e come nuovamente sta avvenendo in questi giorni, con le tante famiglie pugliesi pronte ad ospitare donne e bambini provenienti dall’Ucraina. È anche da questo messaggio di speranza che si deve ripartire?

La Puglia è sempre stata una terra molto aperto e accogliente. I pugliesi lo sono di natura. Riusciamo ad aprire alle persone le porte delle nostre case con facilità. È proprio una nostra indole. Lo abbiamo fatto in passato e mi riferisco agli anni ’90 quando la popolazione albanese sbarcava sulle nostre coste. Ero molto piccola ma ho il ricordo di quelli arrivi: e lo saremo anche in questa occasione, con queste persone dell’Ucraina che stanno vivendo un momento tragico, senza meritarsi assolutamente nulla di tutto ciò. Bisogna ripartire dall’accoglienza, dal fatto di essere pronti nell’aiutare il prossimo. Questi due anni di Pandemia avrebbero dovuto aiutare le persone a essere più uniti: evidentemente c’è qualcuno che ancora non pensa che questa sia la vita migliore per tutti quanti.

 

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