La rivoluzione alimentare, la nuova frontiera del mangiare comune

Un titolone così lascia trasparire in tutti noi lo stato d’animo e la confusione che ci assalgono in questo maledetto periodo di transizione e purtroppo anche di restrizione.

C’è una melanconia nell’aria che ci toglie anche la voglia di ricordare quante belle cose sono avvenute dai famosi anni ’80 ad oggi. Sì perché centrifuga nella testa con velocità esasperante quello che è successo, quello che stiamo vivendo e … quello che verrà.

Immaginare un futuro diventa molto più accattivante, direi stimolante, piuttosto che analizzare queste situazioni ibride che portano ad arrangiarci di ciò che si può e di ciò che non si può.

Sicuramente questo periodo, che dura ormai due anni, sta cambiando radicalmente la nostra vita sociale e di riflesso il settore al quale io appartengo; la convivialità e il piacere della condivisione per il mondo del bere e del cibo, sembra vivere su un sottile filo della trasgressione. E magari i limiti fossero solo questi.

La comunicazione che impera in questo periodo (si passa più tempo al cellulare che non a stare insieme a dialogare) dilaga in maniera vertiginosa, creando ancora più confusione su cos’è l’innovazione e la tradizione e le nuove tendenze teorizzando così tanta roba che in pratica non c’è.

È il caso di dire che c’è il vuoto, il nulla e un’aria d’anarchia che fa presupporre che il vecchio sarà difficile ritrovarlo mentre del nuovo miriamo all’inimmaginabilità.

Gira da tempo sui social questa parola “Resilienza” così descritta: “La resilienza è la capacità di autoripararsi dopo un danno, di fare fronte, resistere, ma anche costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante situazioni difficili che fanno pensare ad un esito negativo”.

Dice tutto e non dice niente. Immaginiamo di unire alla propria vita anche la propria attività; è un bell’impegno che ti obbliga a un traguardo ma non ti da nessun consiglio o suggerimento su cosa devi fare. Sicuramente dobbiamo adottare dei cambiamenti e qui la soggettività è importante. Io da gran fantasista, considerando questo stato confusionario e direi disordinato che ci costringe ad adattamenti e approcci diversi dalla quotidianità precedente, ho una visione al momento teorica ma nella quale credo ciecamente di quello che sarà il mondo del food & beverage, inizialmente nei grossi centri ma che in poco tempo si estenderà su tutto il territorio.

La ristorazione classica sarà sempre meno presente ma ancora di qualità superiore a quella attuale e legata al mondo degli eventi (affari, ricorrenze importanti, appassionati e grand gourmet) mentre vedremo tutte le altre strutture del settore spalmarsi su fasce orarie molto larghe e con una serie di proposte che possano coprire orari differenti dalle dieci del mattino alle deci di sera con un servizio molto smart e nello stesso tempo piacevole e professionale. I monotematici resteranno sempre attuali ma rimarranno sempre pochi davanti all’esercito della ristorazione che si presenterà con una lista di dolce e salato. Niente più antipasto, primo, secondo, contorno, formaggi, dolci, coperto, servizio, ma nella scelta a tavola sarà facile ritrovarsi a consumare in maniera disordinata due portate veloci e differenti.

Il famoso brunch americano esteso alle nostre abitudini alimentari spalmato in orari differenti e chissà perché con grande attenzione (e qui ci metto del mio) a tutti i prodotti del territorio in cui si opera.

Questa è la conseguenza che ci spetta davanti al nuovo mercato del lavoro che tra smart working, orari continuati senza sosta pranzo, eliminazione dei tanti festivi, ci porterà alla vera nuova globalizzazione, purtroppo anche alimentare.

“La Rivoluzione” è questa e non scandalizzerà nessuno soprattutto in alcune attività del mangiare e bere dove tra esagerazioni e trasgressioni ne vedremo delle belle. Nell’ambito di questa pianificazione nasceranno le differenze che daranno modo di creare prezzi diversi da proporre. Bagni puliti e super curati, cucine sempre più a vista, personale giovane sorridente e attento, selezione di vini intelligente ma non spropositata, tavoli ben accessoriati e nello stesso tempo informali, sono i dettagli che insieme a proposte di buon cibo di ottima qualità ma di facile esecuzione creeranno le credenziali per l’offerta al mercato.

E qui la genialità premia sempre, soprattutto chi arriva prima.

 

Da buon sognatore, chissà che alla mia età mi venga fatta un’offerta per rimettermi in gioco con queste nuove formule …mi divertirebbe tantissimo!

Vi lascio una ricetta con un mio ricordo.

Nel primo ristorante stellato visitato nella mia vita in Francia, sulla strada del vino tra Beaune e Digione, mi fu offerto come contorno ad uno Chateaubriand una piccola zuppiera con dentro un nido di tripoline (lasagnette ricce) cotte con un semplicissimo filetto di pomodoro fresco e una spolverata, servita a tavola, di Parmigiano e una foglia di basilico. Chissà perché quella ciotolina mi è rimasta impressa per tutta la vita, più di ogni altra cosa mangiata in quel ristorante. Era veramente cotta in maniera magistrale che a quei tempi in Italia, tempio della pasta, avrei fatto fatica a trovare. Morale: la semplicità è sempre la cosa più difficile da proporre, perché i confronti sono sempre maledettamente tanti e immediati.

Una zuppiera così la trovo attuale e in Puglia la accompagnerei con un calice di rosé Pungirosa dell’azienda vinicola Rivera di Castel del Monte.

Poche parole a buon intenditore.

 

Foto credits: Valeria Boltneva

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