Le tradizioni natalizie al sapore di Puglia

Finisce l’estate, ricominciano le scuole, si passa dall’ora legale a quella solare e, pian piano, il caldo lascia il posto ad un clima sempre più freddo, a qualche pioggia, persino a qualche nevicata e poi…senza quasi accorgercene, ci si ritrova con il Natale addosso.

Per strada già a fine novembre si cominciano a vedere le prime lucine, i primi addobbi, su qualche balcone si arrampica il pupazzo di Babbo Natale, ma tradizione vuole che, l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata, si recuperi l’albero dello scorso anno e, tutti insieme, si  provveda ad addobbarlo con le palline che avevamo conservato nella scatola di cartone.

C’è pure chi fa il Presepe e la casa si trasforma, ci appare più calda e accogliente.

Da bambino vivevo con gioia questo periodo magico, tutto diventava più bello, compreso il fatto che non andavo a scuola per quasi una ventina di giorni e, quindi, niente compiti!

Ero affascinato da quell’albero addobbato a festa con tante palline colorate, luci intermittenti, fili argentati e dorati, e il puntale a guarnire la parte più alta.

Mi sedevo per terra sotto l’albero e giochicchiavo con le palline, di solito tonde, ma ce n’era anche qualcuna, che mi attirava di più, a forma di campane, di casette o di animali.

Soltanto che, allora, erano fatte di vetro sottilissimo e, almeno una decina ogni anno, finivano in terra e si rompevano, facendomi meritare i rimproveri di mia madre e mia nonna.

Ricordo anche le serie di luci governate da un piccolo trasformatore per creare l’intermittenza; bastava che se ne fulminasse una e tutte non funzionavano più, così mio padre era costretto ad intervenire più volte con i ricambi.

Altri tempi, certo. Ora tutto è cambiato, le lucine sono led, e le palline, fatte con altri materiali, non si rompono più.

Molto è cambiato anche nell’organizzazione della parte gastronomica, un po’ tutti facevano in casa i dolci, adesso, soprattutto a causa della mancanza di tempo (ma anche di voglia) nella gran parte dei casi si preferisce acquistarli.

Mia nonna, mia madre e le mie zie si riunivano per preparare le cartellate, il torrone, le castagnelle, i sassanelli, le mandorle pralinate, il pane feniscke. Il panettone era di note aziende dolciarie del Nord  comprato al supermercato, mentre oggi sembra che tutti siano in grado di farselo in casa (con risultati terribili). Ma questa è un’altra storia.

L’organizzazione per i dolci era incredibilmente perfetta, ognuna aveva un compito, chi impastava, chi riempiva, chi assemblava…e poi, in questa catena, c’ero anch’io che rubacchiavo i dolcetti appena fatti, tanto che mia nonna era costretta a nasconderli. Le cartellate, in particolare, le metteva in un tegame di terracotta ben nascosto in un pensile della cucina. Lei pensava fossero al sicuro in quanto non ero abbastanza alto, ma io, piccolo furbacchione, utilizzando una sedia riuscivo sempre a fare qualche furtarello.

Poi arrivava il giorno della Vigilia di Natale e sin dalla mattina ci si organizzava per il cenone, perché a pranzo, teoricamente si sarebbe dovuto digiunare, anche se, in realtà, si “spizzicava” sempre qualcosa. Non mancavano mai le “popizze” (pettole) semplici o con il baccalà, i finocchietti con le acciughe e le cime di rapa stufate.

Ma la scena più raccapricciante ai miei occhi di bimbo era quella che si presentava quando mia nonna, armata di giornali e di coltellaccio, inseguiva i capitoni e le anguille che erano viscidamente sgusciati fuori dalle buste del mercato e passeggiavano sul pavimento della cucina.

Infatti a cena non potevano mancare gli spaghetti o le linguine con il sugo di anguilla e il capitone arrosto con l’alloro, il cui forte profumo impregnava l’aria persino per strada.

E’ il profumo che, insieme a quello dei mandarini, più di tutti mi ricorda il Natale.

In piedi sulla sedia, recitavo la poesia di Natale imparata a scuola e, poi, si dava il via alla cena.

Sulla tavola della Vigilia, non mancava mai il crudo di mare, “tomacchie e mignìitte” (anguilla e pesciolini fritti e sott’aceto), “sopatàue” (verdura cruda) e  gli immancabili “spassatìimbe” (frutta secca mista) prima dei cosiddetti “dolge casàrule” (dolcetti fatti in casa).

Il giorno successivo, il pranzo di Natale partiva ancora con il crudo di mare, eventualmente avanzato dalla sera prima perché si comprava sempre in abbondanza, seguito dal brodo di manzo o di tacchino, spesso con paste ripiene, oppure, con i più tradizionali quadrucci o il riso, a seconda delle abitudini familiari. Poi il lesso utilizzato per il brodo accompagnato da insalata, carciofi e muscari (lampascioni) fritti, poi ancora verdura cruda e frutta di stagione, soprattutto mandarini e gli immancabili dolci e il panettone.

Il 26, poi, giorno di Santo Stefano, in qualche famiglia si prepara la lasagna ma, il piatto tipico è il timballo al forno con mozzarella e polpettine, seguito da carne a ragù e agnello al forno o alla brace con contorno di patate fritte o al forno. Qualche “spassatìimbe” ancora  e la chiusura è affidata sempre ai dolci e al panettone.

E ogni sera, tutti insieme, una tombolata con fagioli e scorze di mandarino per segnare i numeri  sulle cartelle.

Questa è la magia del Natale in una famiglia barese in attesa della luculliana panzerottata di fine anno e dell’Epifania, che “tutte le feste si porta via”.

 

 

Foto Credits: Nicole Michalou e Sandro Romano

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